STATE OF PLAY – REQUIEM PER IL GIORNALISMO

“State Of Play” di Kevin McDonald non è altro che un lungo requiem per il giornalismo e per la carta stampata. Lo è in modo involontario e ciò ne acuisce la drammatica tragicità. Come accade in tutti i periodi di inevitabile decadenza dell’impero, l’imperatore sponsorizza opere che ne celebrino la grandezza. È il racconto mitico, il genere del colossal. È un modo di sentirsi vivi quando, nei fatti, si è già morti. Così, come dicevo, una Messa per l’Incoronaziuone si trasforma in un’involontaria Messa da Requiem. Quando si è vivi si è impegnati a vivere, non si ha tempo per le autocelebrazioni, è quando si capisce che non si ha più qualcosa da dare che si incomincia ad impiegare il tempo a ricordare i bei tempi che furono e raccontare le proprie imprese. Quasi sempre evidenziando i propri meriti e tacendo sulle malefatte.
L’ultima sequenza di “State of Play”, su cui compaiono i titoli di coda, è l’acuto di questa musica da morto. Si tratta della sequenza che nei film sul giornalismo è solitamente posta come sottofondo ai titoli di testa (avviene nel capolavoro di Billy Wilder “Prima pagina”). Il regista mostra con inquadrature didascaliche tutto il processo di stampa di un quotidiano. In questo caso, però, la scena arriva dopo la celebrazione della figura del giornalista senza macchia che dimostra come il giornalismo “vecchia maniera” sia ancora vivo e vegeto. La giovane blogger che ha imparato la lezione di giornalismo dal vecchio lupo di redazione, quello che consuma la suola della scarpe, ammette candida: “Per leggere un’inchiesta così vale la pena sporcarsi le mani con l’inchiostro di un giornale”.
Va detta una cosa: se è di una musica da morto che si tratta, Kevin McDonald, Russell Crowe, Ben Affleck, Robin Wright Penn, Rachel McAdams la sanno suonare benissimo.