COME LA SANT’EUFEMIA DI MANTEGNA

Sull’ultimo numero di “Aperture” John Berger presenta la ristampa di “Nicaragua” il libro di Susan Meiselas (Magnum Photos) e fa un paragone abbastanza ardito:

“When I recently watched Pictures from a Revolution, the film about her returning to Nicaragua ten years after she took the photographs, I kept asking myself who Meiselas, with all her reticence and discretion, reminded me of?
I couldn’t find the answer, and anyway, like each one of us, she’s unique. The next morning it came to me. She reminded me not of another person, but of a sculpture: the only existing sculpture by the Italian Renaissance painter Andrea Mantegna. I looked again at the reproduction I have of it. Yes. It is not a question of a look-alike (although their physical stances are similar) but of that mysterious attitude which is a presence. A presence is a source of energy offered to others. Yes.The sculpure figure has her right hand in the mouth of a lion that does not bite it, and in her left she holds a tower on a rock – a place – against her heart. She’s defending both a faith and a place. Among the great artists of the Renaissance, Mantegna was the one perhaps most affected by a sense of History and the lesson of Antiquity. He wanted his figures to offer examples of human behavior, which would inspire the living in their wager that it was still possible – despite all the shit – to make life more human.
Her hand in the mouth of a lion, the other holding a place against her heart, upright, with an unflichting gaze, a camera slung across her shoulders, an example given and a wager made – all this is why Susan, although not a saint, made me think of Mantegna’s sculpture. And now vice versa”.

Ps: è un caso che la statua fosse al Louvre per la mostra di Mantegna?

UPDATE – riceviamo e pubblichiamo
Bello il tuo post,
interessante, preciserei solo che la statua non è di Mantegna ma di Pietro Lombardo, e ispirata a Mantegna, che per la stessa Cattedrale di Irsina esegue un dipinto analogo ora al Museo napoletano di Capodimonte (1454)
Ciao
d.d.

PARIGI VAL BENE UNA MOSTRA

L’altro giorno l’amico Davide Dall’Ombra mi ha trascinato a Parigi per vedere una grande mostra. Si tratta della mostra su Mantegna curata da Giovanni Agosti per il Louvre. È un evento straordinario per diversi motivi, non ultimo il fatto che – cosa più unica che rara – il maggior museo francese ha chiesto a un italiano di curare una mostra del genere. Il fatto che quest’uomo si chiami Giovanni Agosti non è né un caso né un elemento estraneo al contenuto stesso dell’esposizione.

Arrivati alle 6 di mattina al gate 23 del Terminal 2 di Malpensa ho chiesto a Davide: “Ora che siamo qui, puoi anche spiegarmi perché stiamo andando a vedere questa mostra…”. Lui mi sorride e mi fa: “Da dove cominciare… Cominciamo dal 1961, l’anno di nascita di Giovanni Agosti…”. Davide, stretto nel suo cappotto scuro e avvolto da una spessa sciarpa di lana di un azzurro testoriano, racconta come si racconta un romanzo di cappa e spada: nomi, date, aneddoti, teorie di storia dell’arte. Volo Easy Jet scavalca le Alpi e scopro chi è Michel Laclotte: mitologico direttore Louvre che nel 1993, prima della pensione, fa la “sua” mostra che intitolerà “Il secolo di Tiziano”. Lì Agosti capisce una cosa: il mondo si divide in due, chi fa mostre di prosa e chi mostre di poesia. Quella di Laclotte era una mostra di poesia. E Agosti, le mostre, le vorrà fare di poesia.
Al Parigi Charles De Gaulle non ha ancora finito di raccontare, anzi, stiamo ancora dipanando il nodo della grande “Foppeide”, l’epopea che vide Giovanni allestire la mostra di Foppa a Brescia e pubblicare il catalogo della medesima un anno e mezzo dopo. Si racconta, dice Davide, che Agosti convocò a Brescia il pittore Giovanni Frangi d’urgenza: bisogna scegliere il grigio con cui dipingere le pareti della mostra. Doveva essere il grigio giusto, perché era proprio sul grigio lombardo che si giocava tutta la partita della mostra su Foppa. Agosti presenta a Frangi quattro diversi “grigi” con differenti tonalità di viola. Frangi, racconta sempre la leggenda, rispose: “Ma Giovanni, io non vedo la differenza…”.
Il treno per la Gar du Nord attraversa le banlieue sotto un cielo plumbeo e Davide racconta di come Feltrinelli dà carta bianca ad Agosti per il suo grande libro su Mantegna. Il libro esce a fine 2005, da tutta Europa arrivano elogi. Vendite importanti. Un libro così su Mantegna nessuno lo ha mai scritto. Ma il 2006 è l’anno del cinquecentenario e in Italia si allestiscono tre mostre sul grande artista: tutte e tre affidate al Nemico. Vittorio Sgarbi. Giovanni se lo sarà detto tra sé: il mondo va al contrario. Ma nel 2008 il grande colpo. In primavera arriva una telefonata dal Louvre: abbiamo scelto te, ad ottobre vogliamo il tuo Mantegna. Esita, c’è poco tempo, poi accetta. Così va in scena il Mantenga al Louvre.
Per Agosti fare una mostra su Mantegna è come fare una mostra su se stesso. “Quel che vedi di Mantegna – dice Davide – è una scorza dura, immobile, ma sotto ribolle un vulcano”. Così è Giovanni Agosti, uno che venera la Verità e – dice – figli della Verità sono l’Ordine e la Cronologia. Non si scappa. Così per i libri: l’ossessione per le note, la precisione, le virgole, gli spazi, le immagini stampate come vanno stampate. Così per le mostre. La ricerca di una perfezione apparentemente statica, rocciosa, incisa nel diamante, ma che contiene materiale esplosivo. Lì pronto a detonare. Come Mantegna, appunto.

Questo è il retroscena, la mostra godetevela voi. È al Louvre fino al 5 gennaio 2009.

Ps: qui c’è un articolo di presentazione dello stesso Agosti.
Ps2: qui, qui e qui ci sono tre spilli di Giuseppe Frangi sulla mostra.