Damien Hirst: No Love Lost, Blue Paintings

Damien Hirst: No Love Lost, Blue Paintings 2009 wallace collectionSono stato a Londra e ho visto gli ultimi quadri di Damien Hirst (dice di averli dipinti di persona). La critica li ha stroncati sonoramente (qui l’Observer e qui il Financial Times). Siccome sono senza vergogna riporto l’sms che ho scritto in risposta a un amico pittore che mi chiedeva come fossero questi quadri visti dal vivo:

Sono quadri veri. La tecnica c’è tutta. A un certo punto, poi, scompaiono teschi, squali e iguana e compare un bosco. Se è un inizio, è molto interessante.

Qui sotto invece una frase quasi shock se si pensa che a dirla è lo stesso Hirst nella conversazione riportata sul catalogo della mostra:

“I don’t like conceptual art in the end, I’ve always thought that being a painter was better than being an artist or a sculptor. I always thought painting was the best thing to do.”

Damien Hirst: No Love Lost, Blue Paintings 2009 wallace collectionSono stato a Londra e ho visto gli ultimi quadri di Damien Hirst (dice di averli dipinti di persona). La critica li ha stroncati sonoramente (qui l’Observer e qui il Financial Times). Siccome sono senza vergogna riporto l’sms che ho scritto in risposta a un amico pittore che mi chiedeva come fossero questi quadri visti dal vivo:

Sono quadri veri. La tecnica c’è tutta. A un certo punto, poi, scompaiono teschi, squali e iguana e compare un bosco. Se è un inizio, è molto interessante.

Qui sotto invece una frase quasi shock se si pensa che a dirla è lo stesso Hirst nella conversazione riportata sul catalogo della mostra:

“I don’t like conceptual art in the end, I’ve always thought that being a painter was better than being an artist or a sculptor. I always thought painting was the best thing to do.”

TUTTI PAZZI PER MARY


Si intitola “Something about Mary”, che poi è anche il titolo del film con Cameron Diaz noto in Italia come “Tutti pazzi per Mary”, ed è una mostra inaugurata negli scorsi giorni alla Galleria Met del Metropolitan di New York in occasione della messa in scena della Tosca di Puccini. La Mary del titolo è la Maria Maddalena che è al centro di passaggio chiave dell’opera del compositore italiano. Tosca, protagonista dagli occhi castani, diventa gelosa della sua rivale dagli occhi azzurri quando scopre che quest’ultima ha posato per un quadro dipinto dall’amato di Tosca e che raffigura proprio la Maria Maddalena. Chiaro no?
La mostra raccoglie opere di una dozzina di artisti tra cui Francesco Clemente, Elizabeth Peyton, John Currin e James Rosenquis. Quella qui sopra è la stupenda versione della Maddalena di Julian Schnabel.

MOSTRE: NO NAME DÀ I NUMERI

Quest’estate ho visto un po’ di mostre in giro per l’Italia e non solo. Premessa: mi faccio consigliare bene ed evito le cose che so già mi annoieranno (da qui i voti tutto sommato alti). Ecco le pagelle:

Yves Klein ex voto santa rita

Yves Klein & Rotraut, Lugano: 8,5
blu
(peccato per le gabbie di plexiglass sui monocromi)

Giorni Felici Giovanni Frangi Pasadena 2009

Giorni Felici, 22 artisti a Casa Testori, Novate. 7,5

giovane e fresca

Marc quinn the mith verona 2009 Kate Moss

Marc Quinn, Il Mito, Verona. 8,5

violentemente ieratico

Biennale di Venezia (Making Worlds): 7

ludica
(9 a Nathalie Djurberg)

Aron Demetz biennale venezia 2009

Biennale di Venezia (Padiglione Italia): 6-
non di più altrimenti divento socialmente impresentabile
(9 a Aron Demetz e Bertozzi&Casoni)

Alessandro Verdi, Navigare l’incertezza, Venezia

Alessandro Verdi, Navigare l’incertezza, Venezia: 7
potente

Alberto Giacometti, Fondazione Beyeler, Basilea: 8

pulita e rigorosa

Vincent Van Gogh, Die Landschaften, Basilea: 6,5

ambiziosetta ma da vedere

Passports. In viaggio con l’arte, PAC di Milano: 5,5

curiosità per intenditori

Robert Wilson, Voom Portraits, Milano: 9

malinconica e luminosa
(12 al ritratto di Wynona Ryder, 11 a quello di Johnny Deep)

Alessandro Papetti, Il ciclo del tempo, Milano 2009

Alessandro Papetti, Il ciclo del tempo, Milano, 6

leggera e pulita ma un po’ in ritardo

PARIGI VAL BENE UNA MOSTRA

L’altro giorno l’amico Davide Dall’Ombra mi ha trascinato a Parigi per vedere una grande mostra. Si tratta della mostra su Mantegna curata da Giovanni Agosti per il Louvre. È un evento straordinario per diversi motivi, non ultimo il fatto che – cosa più unica che rara – il maggior museo francese ha chiesto a un italiano di curare una mostra del genere. Il fatto che quest’uomo si chiami Giovanni Agosti non è né un caso né un elemento estraneo al contenuto stesso dell’esposizione.

Arrivati alle 6 di mattina al gate 23 del Terminal 2 di Malpensa ho chiesto a Davide: “Ora che siamo qui, puoi anche spiegarmi perché stiamo andando a vedere questa mostra…”. Lui mi sorride e mi fa: “Da dove cominciare… Cominciamo dal 1961, l’anno di nascita di Giovanni Agosti…”. Davide, stretto nel suo cappotto scuro e avvolto da una spessa sciarpa di lana di un azzurro testoriano, racconta come si racconta un romanzo di cappa e spada: nomi, date, aneddoti, teorie di storia dell’arte. Volo Easy Jet scavalca le Alpi e scopro chi è Michel Laclotte: mitologico direttore Louvre che nel 1993, prima della pensione, fa la “sua” mostra che intitolerà “Il secolo di Tiziano”. Lì Agosti capisce una cosa: il mondo si divide in due, chi fa mostre di prosa e chi mostre di poesia. Quella di Laclotte era una mostra di poesia. E Agosti, le mostre, le vorrà fare di poesia.
Al Parigi Charles De Gaulle non ha ancora finito di raccontare, anzi, stiamo ancora dipanando il nodo della grande “Foppeide”, l’epopea che vide Giovanni allestire la mostra di Foppa a Brescia e pubblicare il catalogo della medesima un anno e mezzo dopo. Si racconta, dice Davide, che Agosti convocò a Brescia il pittore Giovanni Frangi d’urgenza: bisogna scegliere il grigio con cui dipingere le pareti della mostra. Doveva essere il grigio giusto, perché era proprio sul grigio lombardo che si giocava tutta la partita della mostra su Foppa. Agosti presenta a Frangi quattro diversi “grigi” con differenti tonalità di viola. Frangi, racconta sempre la leggenda, rispose: “Ma Giovanni, io non vedo la differenza…”.
Il treno per la Gar du Nord attraversa le banlieue sotto un cielo plumbeo e Davide racconta di come Feltrinelli dà carta bianca ad Agosti per il suo grande libro su Mantegna. Il libro esce a fine 2005, da tutta Europa arrivano elogi. Vendite importanti. Un libro così su Mantegna nessuno lo ha mai scritto. Ma il 2006 è l’anno del cinquecentenario e in Italia si allestiscono tre mostre sul grande artista: tutte e tre affidate al Nemico. Vittorio Sgarbi. Giovanni se lo sarà detto tra sé: il mondo va al contrario. Ma nel 2008 il grande colpo. In primavera arriva una telefonata dal Louvre: abbiamo scelto te, ad ottobre vogliamo il tuo Mantegna. Esita, c’è poco tempo, poi accetta. Così va in scena il Mantenga al Louvre.
Per Agosti fare una mostra su Mantegna è come fare una mostra su se stesso. “Quel che vedi di Mantegna – dice Davide – è una scorza dura, immobile, ma sotto ribolle un vulcano”. Così è Giovanni Agosti, uno che venera la Verità e – dice – figli della Verità sono l’Ordine e la Cronologia. Non si scappa. Così per i libri: l’ossessione per le note, la precisione, le virgole, gli spazi, le immagini stampate come vanno stampate. Così per le mostre. La ricerca di una perfezione apparentemente statica, rocciosa, incisa nel diamante, ma che contiene materiale esplosivo. Lì pronto a detonare. Come Mantegna, appunto.

Questo è il retroscena, la mostra godetevela voi. È al Louvre fino al 5 gennaio 2009.

Ps: qui c’è un articolo di presentazione dello stesso Agosti.
Ps2: qui, qui e qui ci sono tre spilli di Giuseppe Frangi sulla mostra.