GLI IRRESISTIBILI CERVO & FERRARESI SULL’ILLUSIONE OBAMA

Martino Cervo (28 anni, caporedattore di Libero) e Mattia Ferraresi (26 anni, corrispondente dagli USA  per Il Foglio) sono due enfant prodige del giornalismo italiano. Nel tempo libero (poco) hanno messo insieme questo libello che non ho ancora letto ma so che mi piacerà tantissimo. Il libro ha un’introduzione di Giuliano Ferrara e ieri il Foglio ha pubblicato un’intervista a  Christian Rocca che ne parla un gran bene. Costa dieci euri dieci. Compratelo perché NO NAME ha una percentuale di 0,05  euri su ogni copia venduta.

BARACK OBAMA UN ANNO DOPO


dal Giornale del Popolo del 4 novembre 2008

Dodici mesi che non hanno cambiato il corso della storia. Fino ad oggi i motivi per cui Barack Obama sarà ricordato negli annali sono il fatto di essere il primo presidente degli Stati Uniti afroamericano e il fatto di essere succeduto a due mandati di presidenza di George W. Bush. Francamente un po’ poco, rispetto all’entusiasmo che ha caratterizzato prima la sua campagna elettorale e poi il suo insediamento. Eppure anche lui avrebbe il diritto di prendersi il suo tempo, se non fosse che chi ce lo ha presentato lo ha fatto spingendo sull’acceleratore dell’emotività facendo credere che una volta al potere “il volto nuovo” tutto sarebbe cambiato. Un buon modo per vincere le elezioni, un po’ meno per governare per più di un mandato. Chi è stato convinto dalla retorica della speranza ora chiede che le cose cambino davvero. Per questo Barack Obama oggi deve diffidare innanzi tutto da quelli che si dicono suoi amici e che, anziché aiutarlo a realizzare quel che ha promesso, alimentano aspettative su aspettative aumentando il potenziale margine di delusione nei suoi confronti.

L’esempio più eclatante è stato quello del Nobel per la Pace che ha costretto Obama ad essere il primo destinatario dell’onoreficenza pacifista a firmare, settimana scorsa, il più ricco bilancio militare della storia degli Stati Uniti (680 miliardi di dollari, venticinque milioni in più rispetto all’ultimo bilancio del guerrafondaio George W. Bush). I signori del Nobel, insomma, hanno trasformato Obama in una barzelletta vivente. Obama diffidi anche in coloro che, soprattutto in Europa, insistono a dipingerlo come colui che ha azzerato la politica estera del suo predecessore. Oltre a non essere vero nella sostanza, a ben vedere, non è vero neanche nei modi. La mano tesa al mondo musulmano (e all’Iran in particolare) è certamente un bel gesto, ma nel caso di un rifiuto dell’altra parte potrebbe trasformarsi in un insidioso boomerang. Per quanto riguarda i fronti di Iraq e Afghanistan assistiamo a un attendismo che finora non ha fatto altro che dare respiro ad al Qaida e ai Talebani: la promessa elettorale del ritiro delle truppe oggi è una scomoda palla al piede.

Anche sul fronte della politica interna sono diversi le sfide che potrebbero infrangere il mito di Obama. La sua ambizione di realizzare quello che a nessun altro suo predecessore è riuscito, e cioè la riforma della Sanità, potrebbe ritorcerglisi contro. Una riforma raffazzonata e frutto di mille compromessi potrebbe consegnarlo alla storia come colui che ha fatto la toppa peggio del buco. La cosa potrebbe costargli molto caro, visto che gli americani votano basandosi prevalentemente sui risultati in politica interna. C’è poi il fronte dei temi eticamente sensibili: dopo le promesse acrobaticamente pro-choice (della serie: io sono contro l’aborto, ma le mie convinzioni personali non posso giocarle in politica) da una parte ha ritoccato in peggio gli importanti passi avanti fatti da Bush, dall’altra non ha avuto il coraggio di farlo fino in fondo. Deludendo i questo modo i suoi elettori pro-choice. Resosi conto, tra l’altro, della tensione montata nei confronti del mondo cattolico, Obama è corso subito ad incontrare Benedetto XVI prima che le cose precipitassero e perdesse definitivamente credito presso l’elettorato cattolico.

Ultima osservazione: in campagna elettorale la parola d’ordine è stata “hope”, speranza. Un modo elegante per spostare il problema nel futuro. Ecco, quel che è singolare è che un anno dopo la sua elezione siamo qui a parlare di quella medesima parola. Il fatto è che la speranza o si fonda su qualcosa di presente, oppure è mera e irrealizzabile utopia. Per Obama è venuto il tempo di dimostrare qualcosa nel presente. Sul fatto di non essere Bush ha già tirato avanti un anno.

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THE OBAMETER




Alla vigilia della guerra in Iraq il sito americano Slate aveva inventato “Il saddamometro”: un sofisticato strumento che misurava le probabilità di un attacco americano. Oggi dopo l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca il sito www.politifact.com si è inventato uno strumento simile: l’Obamometro. Si tratta di un altrettanto sofisticato strumento che, sulla base di 500 promesse fatte in campagna elettorale dall’allora candidato, misura il grado di attendibilità del presidente.
Ad ogni promessa viene associato uno stato: No Action, In the Works o Stalled. Di volta in volta che ciascun argomento viene trattato da Obama lo stato viene mutato in Promise Kept, Compromise o Promise Broken.
Siccome, stando ai giornali, ogni giorno di presidenza di Obama è stato un giorno di svolta sarà utile di tanto in tanto andare a dare un occhio all’Obamometro. Ad esempio al 2 di febbraio i dati sono:
Promise Kept: 6
Compromise: 1
Promise Broken: 1
Stalled: 1
In the Works: 17
No Action: 484

GLI ANGELI DI OBAMA


È una fotografa che da 14 mesi, quattordici, sta seguendo la campagna elettorale di Barack Obama. Si chiama Scout Tufankjian e vi consiglio di dare un’occhiata a qualche decina tra le centinaia di scatti che ci sono sul suo sito.
In particolare, però, vi segnalo la sezione dedicata agli uomini della sicurezza del candidato democratico. Sono quelli in completo scuro con l’auricolare all’orecchio, sempre presenti, ma spesso lasciati fuori – volutamente – dalle inquadrature ufficiali. La sezione si intitola “The Secret Service”.

COMUNICATO DEL COMITATO DI REDAZIONE (CdR) di “No name”:
Il CdR di “No Name” a gennaio scrisse che quasi certamente Obama non sarebbe riuscito a vincere le primarie. Lo scriveva sotto un post nel quale riportava le affermazioni di uno degli scrittori più trendy di New York (Franzen) che sostenevano l’impossibilità di McCain di battere Romney, ma questa non è una giustificazione per aver toppato la previsione. Ora il CdR di “No name” confessa ai propri lettori che ha fatto una scommessa con un collega del GdP nella quale ha puntato sulla vittoria finale del vecchio McCain. Così, tanto per cazzeggiare un po’.