RECALCATI E IL GIALLO-VAN GOGH: COSÌ VICINO DA BRUCIARE


Del giallo-Van Gogh aveva già scritto Giuseppe Frangi qualche giorno fa in un pezzo per il Sussidiario parlando dell’“alta nota gialla”  che pittore stesso in una lettera descriveva al fratello Theo. Poi è arrivata la notizia secondo la quale il giallo-Van Gogh potrebbe andare perduto a causa della sua struttura chimica per la quale è destinato a imbrunirsi. Sul motivo per il quale amiamo così tanto il giallo-Van Gogh, Marco Dotti per Vita ha fatto qualche domanda allo psicanalista Massimo Recalcati. Ecco la parte più interessante di quel dialogo.

RECALCATI: Sarebbe ingenuo ignorare che tutti amiamo o abbiamo amato Van Gogh per la sua pittura, per le sue tele, per i suoi colori e per il suo “giallo” che, oggi, dicono stia svanendo a causa della composizione del colore. Tutti l’abbiamo amato o lo amiamo perché c’è qualcosa in lui – che è una singolarità così irriducibile all’universale – che tocca una corda universale. Van Gogh non mente sull’umano, dice una verità essenziale sull’umano. Il giallo-Van Gogh può essere visto come un segno di questa pratica di non menzogna sull’umano. Un segno paradossalmente confermato e non smentito dal suo deperimento.

DOTTI: Quale verità?
R: Quella che l’umano è sradicamento, assenza di origine, emergenza su uno sfondo vuoto ma, al tempo stesso, spinta incessante verso l’assoluto. Spinta ad accostare questo vuoto, tentativo di nominarlo, di fornirgli un’immagine. Forse anche di racchiuderlo in questa immagine. E poi c’è il grande elemento dell’incarnazione, della biografia come incarnazione dell’opera.

D: Un’incarnazione che avviene attraverso continue lacerazioni. Anche la ricerca dell’assoluto è nel segno di una preghiera spezzata…
R: Direi di più: l’assoluto, per lui, non ha solo il volto del bene, la luce non è solo l’elemento che genera la vita, ma anche quello che la brucia. È ciò che Lacan chiamava “la Cosa”. Nelle sue ultime opere, ad esempio quelle che ritraggono campi di ulivi, la presenza del disco inumano del sole non alimenta la vita, ma la ustiona perché la prossimità è eccessiva. L’assoluto diventa così, sempre per dirla in termini lacaniani, il luogo di un godimento che si è approssimato troppo alla scena del mondo e, approssimandosi troppo, la scompagina, la devasta. Questo elemento mi pare speciico del pensiero e della pratica di Van Gogh. C’è, in lui, un’ambivalenza ben esempliicata dal “girasole” che è al tempo stesso luce e tenebra, gloria e distruzione. È il giallo e il suo imbrunire.