Il compositore di classica che scala le classifiche pop

INTERVISTA A GIOVANNI ALLEVI

dal Giornale del Popolo del 31 marzo 2007

La scarpetta da ginnastica rimbalza elegante sui pedali del Bosendorfer nerissimo. Le dita affondano veloci nella lunga tastiera lucida. Il casco di riccioli scuri si piega in avanti come per dare forza alla musica che esce dalla pancia del pianoforte. Giovanni Allevi è così, un giovanotto timido e dinoccolato che se si siede al piano riesce a togliere il fiato anche al più cinico dei critici musicali. Giovanni Allevi dice che di mestiere fa il compositore, mica solo il pianista. Prende carta e penna e riempie righe di pentagramma inventando melodie e armonie che poi finiscono nei suoi bellissimi dischi di piano solo. A volte si sveglia la notte con una melodia in testa. Quando gli capita si alza dal letto e corre subito a buttarla giù, perché non gli scappi via come una falena impaurita. Giovanni Allevi è così, un giovanotto timido e dinoccolato di 38 anni al quale, per inaugurare il suo ultimo tour (che segue alla pubblicazione di Joy, già disco d’oro) hanno aperto le porte dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. La sala Santa Cecilia, quella più grande, per i concerti sinfonici. A maggio andrà per la terza volta nel tempio del Jazz americano, il Blue Note di New York. Lo invitano in Cina e Giappone. Tra le tappe di Roma e New York c’è anche quella di stasera al Teatro di Varese. A dicembre suonerà alcune sue composizioni con i Berliner Philharmoniker. Insomma, Giovanni Allevi mette d’accordo davvero tutti. Provateci pure, se ci riuscite, a dare una definizione della sua musica, una musica che viene accolta con lo stesso entusiasmo nelle sale da concerto della musica colta come nelle hit parade della musica Pop. Qual è il suo segreto? Abbiamo provato a chiederglielo. Lui ha risposto con il suo accento di Ascoli Piceno, misurato ed elegante come la sua musica.
Tutti sembrano unanimi nel sostenere che la tua musica non sia etichettabile. Ma se fossi costretto, pistola alla tempia, come la definiresti?
La definirei musica classica contemporanea. Innanzitutto perché è musica scritta, nulla è lasciato all’improvvisazione e poi perché nasce in stretta relazione con la tradizione musicale occidentale dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento. C’è poi anche l’influenza di quel che è arrivato dopo, ovviamente.
Usciamo da un secolo in cui compositori “colti”, chi più chi meno, hanno deciso di rompere con la tradizione musicale occidentale con il risultato che dalle sale da concerti si usciva un po’ tristi e un po’ accigliati. La tua musica non fa questo effetto? Perché secondo te?
Io ho preso le distanze dal serialismo e la dodecafonia, metodi di scrittura molto intellettuali e che esprimono l’ansia del vivere caratteristica di un secolo difficile e violento come è stato il Novecento. Penso che quel tipo di musica non sia più attuale. Oggi c’è bisogno di un ritorno alla ricerca della bellezza. È questo quel che cerco di fare io con la mia musica.
La musica colta del secolo scorso sembrava non essere più in grado di affermare un senso positivo dell’esistenza…
Certamente e questo ha provocato anche un allontanamento dal sentire comune. Oggi mi sembra che le cose siano cambiate e che la gente desideri trovare nella musica l’espressione di una positività, e questo vale soprattutto per i giovani.
Oltre a te stesso, a chi affideresti l’esecuzione della tua musica?
Devo dire che non tengo particolarmente che la mia musica sia suonata da grandi interpreti. Quello che mi interessa è che a suonarla siano i giovani musicisti. Questo sì che mi fa piacere.
Ma capita già?
Certo. Sempre più spesso giovani interpreti inseriscono nei loro spettacoli di musica classica alcuni miei brani. So che in alcuni conservatori si studia sui miei spartiti ed è capitato che una pianista abbia vinto un concorso internazionale con un programma interamente basato su miei composizioni.
A dicembre suonerai con i Berliner Philharmoniker. Li hai cercati tu o ti hanno cercato loro?
Né l’uno né l’altro. È capitato grazie a persone che hanno insistito perché avvenisse questo incontro.
Che cosa suonerete?
Ho incominciato a scrivere brani per orchestra apposta per loro. Poi suoneremo anche alcuni miei pezzi per pianoforte e orchestra che ho già scritto.
Uno di questi pezzi si intitola “Foglie di Beslan”, di che cosa si tratta?
È un brano che mi ha chiesto di scrivere nel 2004 l’Orchestra sinfonica siciliana in occasione della tremenda strage dei 300 bambini della scuola 1 di Beslan, appunto.
È un tema molto forte, un tema civile, che sembra discostarsi dall’indole più personale della tua musica…
La genesi effettivamente è stata l’opposto di quel che capita per i brani che di solito scrivo. In questo caso ho cercato di esprimere in musica quel che ho provato guardando in televisione le immagini della strage. Solitamente, invece, è la musica, è la melodia, che mi viene a trovare senza che io faccia nulla per cercarla.
A quando un tuo concerto a Lugano?
Speriamo presto. Non sono mai stato a suonare a Lugano.
Sì, speriamo davvero.

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