"O L’EUROPA CAMBIA L’ISLAM O L’ISLAM CAMBIERÀ L’EUROPA"

INTERVISTA A BASSAM TIBI

dal Giornale del Popolo del 20 settembre 2007

«La lingua da sola non è un sufficiente elemento di comunione… occorre pure un consenso valoriale… Infatti, in un contesto culturale pluralistico esseri umani appartenenti a culture (o religioni) differenti convivono mantenendo le rispettive identità culturali fintantoché accettano tutte le norme vincolanti per tutti». Non scherza con le parole il professor Bassan Tibi, intellettuale tedesco di origine siriana, musulmano, liberale, professore a Gottinga, Cornell, Harvard e Berkley. È diventato noto in Germania soprattutto per il libro “Preventing the Clash of Civilizations”, scritto a quattro mani con l’ex presidente della repubblica tedesco Roman Herzog, in cui criticava la nota teoria di Samuel Huntington sullo “scontro di civiltà”. Poi ha scritto “Euro-Islam – L’integrazione mancata”, in cui sosteneva, in sintesi, che «o l’Europa cambierà l’islam o l’islam cambierà l’Europa». Lo abbiamo incontrato in occasione del suo intervento al convegno “Politica senza religione” organizzato dalla Facoltà di Teologia di Lugano.

Professor Tibi, lei si considera un musulmano riformista, cosa significa?
Riformare l’islam vuol dire ritenere che sia possibile “pensare in modo critico” e “ripensare” l’islam. Nell’islam ci sono molte dottrine ereditate dal passato che costituiscono un problema per i musulmani di oggi. Penso ad esempio alle punizioni corporali, come le frustate o la lapidazione che sono delle violazioni dei diritti umani. Dunque la questione è: come i musulmani possono continuare ad essere tali e nello stesso tempo dire addio a queste pratiche? Riformare significa pensare e ripensare l’islam in modo cambiare o adattare alcuni concetti dell’islam. Pensiamo all’eguaglianza tra uomo e donna. Per l’Islam non c’è questa eguaglianza, mentre per l’islam riformato uomo e donna sono uguali ed è possibile restare musulmani affermando questa uguaglianza.

I diritti umani dunque hanno la precedenza sulla credenza religiosa?

No. Cosa intendiamo per credenze religiose? Io credo in Dio e questo non può essere cambiato. Ma esistono pratiche religiose e valori mutuati dalla religione che sono il frutto dell’interpretazione. Molti musulmani e cristiani interpretano il Corano o la Bibbia e dicono «questa è la parola di Dio». Ma una interpretazione umana non è la parola di Dio, è qualcosa di umano. E nulla vieta di cambiare ciò che è frutto di un pensiero umano. L’islam riformista si impegna a reinterpretare il Corano, ma non ha nessuna intenzione di cambiarlo. L’altro tentativo è quello di storicizzare le affermazioni del Corano. Nel VII secolo era pensabile punire qualcuno con la lapidazione o con il taglio della mano. Ma io dico che ora i tempi sono cambiati e queste prescrizioni del Corano non sono più applicabili. Io non cambio la fede, ma la reinterpreto e adatto le sue prescrizioni.

Quindi lei è a favore della lettura del Corano attraverso il metodo storico-critico…
Esattamente. I cristiani possono leggere la Bibbia mettendo in relazione i suoi contenuti con il periodo storico nel quale essa è stata scritta. Voi cristiani fate questo e non smettete di essere cristiani. Oggi questa operazione non è permessa nell’islam. Io ed altri stiamo cercando di introdurre nell’islam questo tipo di lettura storico-critica per introdurre riforme religiose.

Molti in Europa considerano Tariq Ramadan come un musulmano moderato. Le vostre posizioni sono paragonabili?
No. Tariq Ramadan non è in nessun un liberale, lui è un musulmano ortodosso e non è riformista. La differenza tra me e lui è che io dico quello che penso onestamente. Ramadan vuole che l’Europa diventi islamica, mentre io voglio che l’islam diventi europeo.

Le sue posizioni le hanno procurato qualche difficoltà all’interno del mondo musulmano?
Ci sono musulmani che accettano le mie posizioni, ad esempio in Indonesia. Ho potuto tenere un corso, sostenendo tutte le mie posizioni, all’Islamic State University di Giakarta. A questo corso hanno partecipato anche ragazze che indossavano il velo, ma non c’è stato nessun problema. Quattro dei miei libri sono stati tradotti in lingua indonesiana. I problemi esistono con i musulmani ortodossi e fondamentalisti che non accettano le mie idee e dicono che Bassam Tibi non è musulmano. Per loro, infatti, chi accetta una qualsiasi riforma non può essere considerato un musulmano.

Che tipo di problemi?
Alcune volte anche fisici. Sono stato minacciato di morte.

La crescente immigrazione musulmana in Europa sta creando molti problemi di integrazione. Quale strada propone per l’integrazione dei musulmani in Europa?
Tre anni fa ho pubblicato in Italia un libro intitolato “Euro-islam – integrazione mancata”. In quel libro sostenevo che sono due i principali ostacoli all’integrazione: una da parte europea e l’altra da parte musulmana. Il problema da parte europea è che si dice: «Se ti chiami Mohammed, non puoi essere italiano». Non importa se Mohammed è nato in Italia e parla italiano senza accento. Gli europei non sono molto “inclusivi”. È molto più facile essere americano negli Stati Uniti che essere italiano o tedesco in Italia o in Germania. In Germania è ancora più difficile. Io sono cittadino tedesco, sono professore universitario, mi è stata conferita la più alta onorificenza dello Stato tedesco, ho pubblicato 26 libri in tedesco e ho scritto per quotidiani e settimanali tedeschi, eppure non sono percepito come tedesco. Al contrario io non sono statunitense, ma sono stato professore ad Harward, ora lo sono a Cornell, ho pubblicato sette libri in inglese, eppure sono considerato un membro della società americana…

E dal punto di vista islamico?
Gli islamisti invece dicono: «Se sei musulmano sei membro della Umma e non potrai mai diventare europeo, perché quella europea è una società cristiana. Quindi se diventi europeo abbandoni la tua fede e diventi cristiano». Quel che occorre è un cambio di mentalità da entrambe le parti, perché il progressivo aumento della popolazione musulmana potrebbe creare davvero seri problemi all’Europa.

Quali problemi, secondo lei?
Pensiamo a quanto accaduto nelle banlieue francesi nel 2005. Ciò che accadde allora fu qualcosa di allarmante perché dimostrava un grande vuoto d’integrazione. Quei ragazzi che misero a ferro e fuoco il Paese erano nati in Francia, parlavano francese, erano cittadini francesi, ma non facevano parte della società. E si sono ribellati. Il numero dei musulmani sta aumentando e se il processo di integrazione non funzionerà in una cinquantina d’anni l’Europa diventerà come il Kosovo. All’inizio del XX secolo il musulmani in Kosovo erano il 10 per cento contro il 90 per cento di serbi. Dopo la seconda guerra mondiale i musulmani erano già la metà. Oggi vediamo come i serbi siano una minoranza messa alla porta. I modelli sono due: quello del Kosovo o quello di Cordoba, in Spagna, dove cristiani, musulmani ed ebrei vivono in pace. Io preferisco la seconda. Ma la condizione è che l’integrazione sia reale.

Come mai la presenza dei musulmani in Europa appare così marcatamente di stampo fondamentalista?
Nell’Unione europea ci sono 20 milioni di musulmani immigrati, alcuni di loro appartengono alla terza generazione ma non sono integrati. Tra questi solo il 3-5 per cento sono fondamentalisti. Sono una minoranza. Ma questa minoranza controlla le moschee, le istituzioni islamiche ed è veramente potente. La questione è che in Europa vi sono diversi approcci a questa realtà. Lo Stato francese, ad esempio, appoggia gli imam liberali: penso che l’imam di Parigi, Dalil Boubakeur, sia il miglior imam in Europa. Queste persone sono francesi e allo stesso tempo musulmane. In Germania, invece, la maggioranza degli imam sono fondamentalisti. Per questo è importante per la società civile che il Governo tedesco appoggi gli imam liberali. Penso che in Europa debbano esserci imam europei, che parlino le lingue nazionali, mentre ora la maggior parte di loro viene dall’Arabia Saudita, o dall’Egitto e predicano l’islam ortodosso o quello fondamentalista.

Un anno fa Benedetto XVI ha pronunciato il discorso di Ratisbona sottolineando l’importanza dell’uso nella ragione nel dialogo tra le religioni. Come giudica quel discorso?
Per me il Papa non ha detto nulla di sbagliato. Lui ha citato, poco diplomaticamente, una fonte che diceva che l’islam è qualcosa di cattivo. Ma questo non era il contenuto del suo messaggio: furono i giornali, e anche la BBC, a riportare la notizia in modo sbagliato attribuendo al Papa quel giudizio. Benedetto XVI disse che nel dialogo tra cristianesimo e islam occorre basarsi sulla ragione e rifiutare qualunque tipo di violenza fondata su motivi religiosi. Io questo giudizio lo condivido. A mio parere però in quell’occasione il Papa non ebbe un consulente che certamente gli avrebbe consigliato di tagliare quella citazione in modo da non essere frainteso.

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