IL FERRO DEL MESTIERE DI CORMAC MCCARTHY

Quella che vedete qui sopra è una Olivetti Lettera 32. Ne ho una uguale a casa, ma color verde petrolio. Io ci ho fatto solo l’esame da giornalista, quella dell’immagine invece appartiene a Cormac McCarthy ed è servita per scrivere tutti i libri dello scrittore tra i quali si possono contare alcuni capolavori assoluti della letteratura mondiale degli ultimi 50 anni. Ora questa macchina per scrivere andrà all’asta da Christie’s e viene valutata tra i 15 e 20 mila dollari. Il grande scrittore la comprò nel 1963 a Knoxville, Tenn, per appena 50 dollari. Ora se ne separa e il ricavato della vendita andrà a finanziare il Santa Fe Institute, un centro di ricerca non profit di cui è membro.
La notizia è stata data dal NYT. Il grande quotidiano americano si premura di dire che McCharthy continuerà a scrivere i suoi futuri libri con un attrezzo identico. Se l’è procurato via posta. L’ha pagato 11 dollari più 19,9 di spese di spedizione.

BARACK OBAMA UN ANNO DOPO


dal Giornale del Popolo del 4 novembre 2008

Dodici mesi che non hanno cambiato il corso della storia. Fino ad oggi i motivi per cui Barack Obama sarà ricordato negli annali sono il fatto di essere il primo presidente degli Stati Uniti afroamericano e il fatto di essere succeduto a due mandati di presidenza di George W. Bush. Francamente un po’ poco, rispetto all’entusiasmo che ha caratterizzato prima la sua campagna elettorale e poi il suo insediamento. Eppure anche lui avrebbe il diritto di prendersi il suo tempo, se non fosse che chi ce lo ha presentato lo ha fatto spingendo sull’acceleratore dell’emotività facendo credere che una volta al potere “il volto nuovo” tutto sarebbe cambiato. Un buon modo per vincere le elezioni, un po’ meno per governare per più di un mandato. Chi è stato convinto dalla retorica della speranza ora chiede che le cose cambino davvero. Per questo Barack Obama oggi deve diffidare innanzi tutto da quelli che si dicono suoi amici e che, anziché aiutarlo a realizzare quel che ha promesso, alimentano aspettative su aspettative aumentando il potenziale margine di delusione nei suoi confronti.

L’esempio più eclatante è stato quello del Nobel per la Pace che ha costretto Obama ad essere il primo destinatario dell’onoreficenza pacifista a firmare, settimana scorsa, il più ricco bilancio militare della storia degli Stati Uniti (680 miliardi di dollari, venticinque milioni in più rispetto all’ultimo bilancio del guerrafondaio George W. Bush). I signori del Nobel, insomma, hanno trasformato Obama in una barzelletta vivente. Obama diffidi anche in coloro che, soprattutto in Europa, insistono a dipingerlo come colui che ha azzerato la politica estera del suo predecessore. Oltre a non essere vero nella sostanza, a ben vedere, non è vero neanche nei modi. La mano tesa al mondo musulmano (e all’Iran in particolare) è certamente un bel gesto, ma nel caso di un rifiuto dell’altra parte potrebbe trasformarsi in un insidioso boomerang. Per quanto riguarda i fronti di Iraq e Afghanistan assistiamo a un attendismo che finora non ha fatto altro che dare respiro ad al Qaida e ai Talebani: la promessa elettorale del ritiro delle truppe oggi è una scomoda palla al piede.

Anche sul fronte della politica interna sono diversi le sfide che potrebbero infrangere il mito di Obama. La sua ambizione di realizzare quello che a nessun altro suo predecessore è riuscito, e cioè la riforma della Sanità, potrebbe ritorcerglisi contro. Una riforma raffazzonata e frutto di mille compromessi potrebbe consegnarlo alla storia come colui che ha fatto la toppa peggio del buco. La cosa potrebbe costargli molto caro, visto che gli americani votano basandosi prevalentemente sui risultati in politica interna. C’è poi il fronte dei temi eticamente sensibili: dopo le promesse acrobaticamente pro-choice (della serie: io sono contro l’aborto, ma le mie convinzioni personali non posso giocarle in politica) da una parte ha ritoccato in peggio gli importanti passi avanti fatti da Bush, dall’altra non ha avuto il coraggio di farlo fino in fondo. Deludendo i questo modo i suoi elettori pro-choice. Resosi conto, tra l’altro, della tensione montata nei confronti del mondo cattolico, Obama è corso subito ad incontrare Benedetto XVI prima che le cose precipitassero e perdesse definitivamente credito presso l’elettorato cattolico.

Ultima osservazione: in campagna elettorale la parola d’ordine è stata “hope”, speranza. Un modo elegante per spostare il problema nel futuro. Ecco, quel che è singolare è che un anno dopo la sua elezione siamo qui a parlare di quella medesima parola. Il fatto è che la speranza o si fonda su qualcosa di presente, oppure è mera e irrealizzabile utopia. Per Obama è venuto il tempo di dimostrare qualcosa nel presente. Sul fatto di non essere Bush ha già tirato avanti un anno.

Per leggere anche il pezzo del mio sparring partener Gregorio Schira clicca qui

MOSTRE: NO NAME DÀ I NUMERI

Quest’estate ho visto un po’ di mostre in giro per l’Italia e non solo. Premessa: mi faccio consigliare bene ed evito le cose che so già mi annoieranno (da qui i voti tutto sommato alti). Ecco le pagelle:

Yves Klein ex voto santa rita

Yves Klein & Rotraut, Lugano: 8,5
blu
(peccato per le gabbie di plexiglass sui monocromi)

Giorni Felici Giovanni Frangi Pasadena 2009

Giorni Felici, 22 artisti a Casa Testori, Novate. 7,5

giovane e fresca

Marc quinn the mith verona 2009 Kate Moss

Marc Quinn, Il Mito, Verona. 8,5

violentemente ieratico

Biennale di Venezia (Making Worlds): 7

ludica
(9 a Nathalie Djurberg)

Aron Demetz biennale venezia 2009

Biennale di Venezia (Padiglione Italia): 6-
non di più altrimenti divento socialmente impresentabile
(9 a Aron Demetz e Bertozzi&Casoni)

Alessandro Verdi, Navigare l’incertezza, Venezia

Alessandro Verdi, Navigare l’incertezza, Venezia: 7
potente

Alberto Giacometti, Fondazione Beyeler, Basilea: 8

pulita e rigorosa

Vincent Van Gogh, Die Landschaften, Basilea: 6,5

ambiziosetta ma da vedere

Passports. In viaggio con l’arte, PAC di Milano: 5,5

curiosità per intenditori

Robert Wilson, Voom Portraits, Milano: 9

malinconica e luminosa
(12 al ritratto di Wynona Ryder, 11 a quello di Johnny Deep)

Alessandro Papetti, Il ciclo del tempo, Milano 2009

Alessandro Papetti, Il ciclo del tempo, Milano, 6

leggera e pulita ma un po’ in ritardo

LA GIUSTA DISTANZA

“La mia strada è: non stare troppo vicino, troppo addosso alle cose altrimenti la protagonista non è più la realtà, ma il dettaglio; non stare troppo lontano perché l’immagine perde forza. Quando lavoro mi sembra di essere un rabdomante alla ricerca del punto giusto dove fermarmi e guardare le cose da lì. Non mi importa di fare una delle 100 foto che mi colpiscono di più, il mio è uno stile narrativo. La distanza è la metafora del rapporto con la realtà, bisogna saper guardare il lontano, sfiorare lo stordimento, identificare il luogo in cui immergi il tuo tempo”.
Gabriele Basilico sul Corriere di ieri

STATE OF PLAY – REQUIEM PER IL GIORNALISMO

“State Of Play” di Kevin McDonald non è altro che un lungo requiem per il giornalismo e per la carta stampata. Lo è in modo involontario e ciò ne acuisce la drammatica tragicità. Come accade in tutti i periodi di inevitabile decadenza dell’impero, l’imperatore sponsorizza opere che ne celebrino la grandezza. È il racconto mitico, il genere del colossal. È un modo di sentirsi vivi quando, nei fatti, si è già morti. Così, come dicevo, una Messa per l’Incoronaziuone si trasforma in un’involontaria Messa da Requiem. Quando si è vivi si è impegnati a vivere, non si ha tempo per le autocelebrazioni, è quando si capisce che non si ha più qualcosa da dare che si incomincia ad impiegare il tempo a ricordare i bei tempi che furono e raccontare le proprie imprese. Quasi sempre evidenziando i propri meriti e tacendo sulle malefatte.
L’ultima sequenza di “State of Play”, su cui compaiono i titoli di coda, è l’acuto di questa musica da morto. Si tratta della sequenza che nei film sul giornalismo è solitamente posta come sottofondo ai titoli di testa (avviene nel capolavoro di Billy Wilder “Prima pagina”). Il regista mostra con inquadrature didascaliche tutto il processo di stampa di un quotidiano. In questo caso, però, la scena arriva dopo la celebrazione della figura del giornalista senza macchia che dimostra come il giornalismo “vecchia maniera” sia ancora vivo e vegeto. La giovane blogger che ha imparato la lezione di giornalismo dal vecchio lupo di redazione, quello che consuma la suola della scarpe, ammette candida: “Per leggere un’inchiesta così vale la pena sporcarsi le mani con l’inchiostro di un giornale”.
Va detta una cosa: se è di una musica da morto che si tratta, Kevin McDonald, Russell Crowe, Ben Affleck, Robin Wright Penn, Rachel McAdams la sanno suonare benissimo.

IL NUOVO SITO DEL GDP

Al motto “minimo risultato con il massimo sforzo” domenica scorsa è andato online il nuovo sito del Giornale del Popolo. Ce l’abbiamo messa tutta e siamo riusciti, nonostante io fossi il “capo progetto”, a strappare la sufficienza, mi sembra. La cosa non desterà molto interesse ai miei lettori italiani, anche se qualche cosa di interessante sul sito lo potranno trovare anche loro. La maggiore novità mi sembra l’introduzione di alcuni blog: l’Ippopotamo, Davide e Golia (di Cristina Vonzun), Così per sport, Controvento (di Michele Fazioli) e la Ficcanaso che al nostro giornale deve, almeno, il nome di battesimo e una rubrica settimanale. La Ficcanaso si è arrabbiata perché la grafica del blog non le piace affatto. Abbiamo deciso di mettere in pista un pool di grafici extra-cool per farla contenta. Dubito riusciranno ad accontentarla.
Comuque: andate sul sito a dare un’occhiata. Magari anche più d’una. Magari anche più d’una al giorno…

PS: qualcuno mi ha chiesto perché NO NAME non è stato inserito tra i blog del GdP. Una risposta snob potrebbe essere: preferisco rimanga un blog “tendenza Samilzdad”. Una risposta più seria: mi sarebbe toccato cominciare a seguirlo seriamente trovando veramente qualcosa da dire e non delegando troppo spesso al genio di Garfield…

CAPUOZZO FA TREMARE LA TERRA


Il lungo articolo di Toni Capuozzo sul Foglio di sabato scorso è una scossa tellurica che ha scosso il mio povero animo che finora, di fronte ai fatti dell’Abruzzo, aveva reagito come come uno di quei rari edifici antisismici costruiti nella provincia dell’Aquila. Una scossa di alto grado della scala Richter, una di quelle che lascia sotto le macerie morti e feriti. Non è un articolo sul terremoto dell’altra settimana. Non è un pezzo di cronaca, è una memoria, una testimonianza della quale, mi sembra, non si possa fare a meno per capire quel che davvero è accaduto l’altra settimana. Nelle parole di Capuozzo, che spiega come a distanza il terremoto del Friuli cambiò la sua vita e quella degli uomini della sua terra, c’è un pezzo di storia d’Italia di quelli che né i telegiornali né i libri di storia sapranno mai restituire. La sua prosa aspra e chirurgica è capace sia di momenti di intima liricità che di sprazzi di giudizio storico sui trent’anni appena trascorsi. Sono parole dolorose, ricordi strazianti, ma anche riconoscimenti di quel che il dolore e la distruzione possono portare di buono. Vorrei riproporvelo qui, per intero, ma non avrebbe molto senso. Lascio solo queste precarie osservazioni. In attesa che Capuozzo torni ancora a far tremare la terra

GRAN TORINO

Torno ora dall’aver visto questo grandissimo film di Clint Eastwood. Due sole osservazioni: la prima è che non mi vengono in mente altri registi che siano riusciti a mettere uno in fila all’altro film come “Mystic River” (2003), “Million Dollar Baby” (2004), “Changeling” (2008) e, appunto “Gran Torino”. Per temi e intensità, davvero, non mi viene in mente nessuno negli ultimi venti anni.
Seconda osservazione: l’unico film che riuscirei a paragonare a questo è “Il cattivo tenente” di Abel Ferrara del 1992. Sono due film molto diversi, ma in entrambi è centrale il tema dell’immedesimazione del protagonista con Cristo. E’ vero, il film di Ferrara ha una scena irripetibile come questa e non lascia nessun margine di interpretazione. Clint Eastwood, però, ha dalla sua che è riuscito a fare un film per tutti, cosa che non si può dire del “Cattivo tenente”. Dopo “La Passione” di Mel Gibson (che non è un film per tutti), “Gran Torino” è l’ultimo grande film cristiano che mi sia capitato di vedere (ne ho in mente molto pochi che lo siano tout court e non semplicemente a causa del tema “religioso”). Capita spesso di vedere bei film che mettano in scena il tema della vita e della morte, ma nel migliore dei casi riescono a avvicinarsi alla sensibilità della tragedia greca o shakespeariana (il primo che mi viene in mente è “The departed” di Martin Scorsese del 2006. Questo “Gran Torino” è un’altra cosa. Guardatelo. E chi lo ha già visto ci ripensi, magari non è d’accordo con me. Ma magari sì.