UNA SVIZZERA A TEHERAN


Dal Giornale del Popolo del 5 giugno 2008

C’è un solo politico italiano che ha stretto volentieri la mano a Ahmadinejad durante la sua visita a Roma: si chiama Roberto Fiore ed è il numero uno del partito neofascista “Forza Nuova” (e non vanta nessuna parentela con chi scrive). “Grazie per tutto quello che fate, noi siamo con voi” ha detto Fiore al presidente pasdaran che a ogni piè sospinto minaccia la distruzione dello Stato d’Israele (lo ha fatto puntualmente anche martedì). Tranne questa significativa eccezione, nessun’altra personalità politica o istituzionale italiana ha voluto incontrare il presidente iraniano che è stato escluso, in compagnia del dittatore dello Zimbabwe Robert Mugame, anche dalla cena con i capi di Stato offerta l’altra sera dalla diplomazia italiana. Un fronte compatto è riuscito a impedire ad Ahmadinejad di approfittare del vertice FAO per accreditarsi come interlocutore politico presso la comunità internazionale. Questo isolamento non ha impedito al presidente di incontrare un folto gruppo di investitori italiani che fanno affari con Teheran (sull’opportunità di questi scambi si potrebbe discutere, approfondendo caso per caso) senza che la visita si trasformasse in un trionfo dal punto di vista diplomatico. Al contrario, Ahmadinejad ha dimostrato per l’ennesima volta di essere un capo di Stato animato da un fanatismo anti-occidentale e antisemita che lo rende, agli occhi di chi non sia accecato dallo stesso morbo, una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale.
Il clima di freddezza generale che il presidente iraniano ha respirato martedì a Roma è quello che oggi respirerebbe in qualsiasi altra capitale europea; eppure alla mente non può che tornare la spensierata visita che il nostro ministro degli Esteri, Micheline Calmy-Rey, ha compiuto qualche mese fa facendo storcere il naso a molti osservatori di casa nostra e non solo. La Consigliera federale giustificò quella visita dicendo che in ballo c’erano importanti forniture di gas che avrebbero permesso al nostro Paese di non soffrire la dipendenza dalla Russia. Disse anche, in risposta alle critiche, che nell’incontro con Ahmadinejad non trascurò di trattare i temi dei diritti umani. Poi si scoprì, come riportato da un’inchiesta di “Le Temps” che neanche una goccia del gas iraniano sarebbe arrivata in Svizzera e che evidentemente, il più importante contratto energetico firmato da Teheran negli ultimi dieci anni, poco aveva a che fare con l’affrancamento del nostro Paese dalla dipendenza di forniture dalla Russia. Cosa rimane dunque di quella visita a Teheran? Qualcuno ha timidamente ipotizzato, lo ha fatto ad esempio “Le Temps”, che l’accordo economico fosse soltanto la copertura per creare l’occasione per un approfondimento della “pista elvetica” per la risoluzione a livello diplomatico dell’intricato dossier nucleare. Sappiamo di come il nostro Dipartimento degli Affari Esteri, nella persona del Segretario di Stato Michael Ambühl, si sia prodigato nell’ultimo anno per trovare una soluzione pacifica allo scottante dossier. Eppure le visite di Ambühl a Teheran erano sempre state coperte dal massimo riserbo. La “photo opportunity” tra Ahmadinejad e una velata Calmy-Rey ha fatto il giro del mondo senza che nessun passo avanti nell’ambito di quel dossier sia stato comunicato alla comunità internazionale. Gli interrogativi sulla reale opportunità di quella visita anziché diminuire aumentano. Non vorremmo che questa ambiguità nei confronti di Teheran anziché aiutare Ahmadinejad a tornare su più miti consigli, non abbia come solo esito di trascinare la Svizzera in un inaccettabile isolamento internazionale.

NIENTE, O QUASI, PIÙ COME PRIMA

All’indomani delle elezioni federali svizzere scrivevo qui che quello che è successo ieri mattina e questa mattina a Berna era assai difficile che si realizzasse. Con me lo escludevano i più scafati commentatori elvetici, ai quali io ho l’onore di non appartenere.
Spiegare il senso e la portata di ciò che è successo a chi non è svizzero, sarebbe come tentare di spiegare a un cinese l’abissale differenza che passa tra un emiliano e un romagnolo.
Comunque in estrema sintesi è successo che: il parlamento svizzero non ha rieletto l’uomo simbolo (Christoph Blocher) del primo partito svizzero (l’UDC)e al suo posto ha scelto una ministra grigionese (Eveline Widmer-Schlumpf) appartenente a quello stesso partito. Alla vigilia dell’elezione del governo federale, l’UDC aveva dichiarato che, se anche uno solo dei suoi due ministri non sarebbe stato rieletto, sarebbe passata all’opposizione. Tecnicamente, però, per passare all’opposizione l’UDC ha dovuto cacciare dal partito i due ministri UDC (Schmid e Widmer-Schlumpf). Gli equilibri numerici all’interno del Governo non cambiano, cambia il fatto che due dei suoi membri non sono più appoggiati dal loro partito.
Ora la concordanza, il principio fondante del sistema politico svizzero, secondo cui tutti i partiti svizzeri sono rappresentati nel governo federale, è messa a dura prova (per non dire che è praticamente saltata per aria). L’UDC dovrà inventarsi il modo di fare opposizione in un Paese dove tradizionalemente il ruolo dell’oppositore era affidato al popolo che, grazie al sistema dei referendum, poteva annullare le decisioni prese dal Governo. Il rischio ora è quello di un blocco istituzionale, con l’UDC impegnata costantemente a promuovere referendum.
Questo è quello che è successo. Perché è successo? Questa, forse, è la materia per il prossimo post.

TUTTO, PIÙ O MENO, COME PRIMA

Da Avvenire del 23 ottobre 2007

In Svizzera non esistono i grandi terremoti politi­ci, sono più frequenti le piccole scosse di assesta­mento. È il caso delle elezio­ni federali di domenica scor­sa che, con la vittoria del par­tito di destra (Udc) di Chri­stoph Blocher e la sconfitta del Partito socialista, non de­creterà una rivoluzione nel governo del Paese. Mutano sì gli equilibri in Parlamen­to, ma in modo forse impercettibile all’occhio del­l’osservatore italiano. L’Udc ottiene il suo miglior risultato storico asse­standosi al 29 per cento (+2,1 per cento rispetto al 2003) conquistando 7 nuovi seggi al Consiglio Na­zionale (Camera bassa), mentre il Partito Socialista cala di 3,8 punti percentuali fermandosi al 19,5 per cento e la sua rappresentanza perde 9 deputati. Buon risultato dei Verdi, che con un +2,2 per cento man­deranno a Berna 6 nuovi rappresentanti affermandosi sul panorama federale al 9,6 per cento. Al centro do­po anni di crisi si riprende il Partito Democratico Po­polare (Democratici cristiani), a cui non riesce il sor­passo di un Partito Liberale Radicale in crisi, e con il 14,7 per cento ottiene lo stesso numero di consiglie­ri nazionali (31 seggi) dei diretti avversari di centro. I giochi però non sono ancora chiusi. Occorrerà at­tendere i ballottaggi per il Consiglio degli Stati (Ca­mera Alta) dove l’Udc, a causa del sistema maggiori­tario a base cantonale, non ha i numeri del Nazionale. Se anche qui si verificasse un’ulteriore avanzata del partito di Blocher, allora, davvero, si potrebbe parla­re di una reale sterzata a destra del Paese.
Pochi notano che l’avanzamento dell’Udc non ha le dimensioni della crisi dei Socialisti che, oltre ad a- ver perso il controllo del voto ambientalista ha ero­so la sua leadership in alcuni suoi feudi storici co­me il Canton Ginevra e il Canton Vaud. La maggior sensibilità per i temi ambientali, però, non spiega da sola una crisi socialista che soffre, secondo il pa­rere di molti analisti, di un conservatorismo (di stam­po statalista) ormai sconosciuto alla sinistra bri­tannica, tedesca o spagnola. Il successo dell’Udc, quasi tutto a spese del Liberali, fa perno su due esi­genze: la prima è la proposta di un progetto politi­co che liberi risorse economiche per l’economia, ri­sparmi sui costi dell’apparato federale e attui una riforma del welfare; la seconda è quella di un ap­proccio di chiusura alla globalizzazione (economi­ca e migratoria) che mette in primo piano gli inte­ressi svizzeri a scapito della solidarietà e della coo­perazione internazionale. Per ottenere il consenso su questo secondo punto l’Udc non ha esitato a lan­ciare slogan xenofobi e con scaltrezza è riuscita a nutrirsi dell’insofferenza per l’immigrazione e per l’Unione europea. Come la Svizzera possa aumen­tare la propria ricchezza e nello stesso tempo resta­re isolata dal continente che la circonda è cosa che l’Udc di Blocher fatica a spiegare. Tuttavia, come si è visto nell’ultima legislatura (la prima che ha visto in governo due ministri Udc) il sistema svizzero per­mette agli elettori di dar fiducia al riottoso partito di Blocher alle elezioni federali per poi, sconfessarlo in sede di referendum – pratica corrente nella Confe­derazione – qualora lo ritenesse necessario a favo­re di un compromesso.
Nonostante la forte progressione dell’Udc, ieri i Ver­di sono tornati a chiedere l’uscita dal Governo del ministro Blocher. In casa Udc replicano che un’e­ventuale non rielezioni dei propri due ministri avrà come conseguenza il loro passaggio all’opposizio­ne. Ciò significherebbe di fatto la fine del sistema di concordanza svizzero e la conseguente paralisi po­litica del Paese. Un terremoto politico davvero po­co probabile.

IL VECCHIO FALCO SE LA PRENDE CON GLI SVIZZERI


dal Giornale del Popolo del 21 maggio 2007

Il “piano svizzero” per una soluzione pacifica del contenzioso sul nucleare iraniano sta davvero dando nell’occhio se un ex pezzo da novanta dell’amministrazione Bush si sente in dovere di bollarlo come «una farsa». È il caso dell’ex ambasciatore americano all’ONU John Bolton che ieri, in un’intervista alla “SonntagsZeitung”, ha sparato ad alzo zero contro la diplomazia elvetica. «La Svizzera dovrebbe tenersi lontano da questo dossier» ha dichiarato senza mezzi termini al domenicale zurighese. John Bolton ritiene che la proposta elvetica sia un’illusione utile solo a permettere all’Iran di prendere ancora tempo per realizzare i propri progetti per una bomba atomica. Alla proposta svizzera – si legge nell’intervista – starebbe lavorando da diversi anni l’ex ambasciatore della Svizzera a Teheran Tim Guldimann. Bolton, conservatore di ferro vicino al vicepresidente americano Dick Cheney, critica violentemente il diplomatico svizzero, in funzione a Teheran dal 1999 al 2004, affermando che Guldimann avrebbe così tanti pregiudizi anti-americani che Washington aveva considerato la possibilità di esigere una mutazione all’interno della rappresentanza elvetica o di trovare un’altra ambasciata per rappresentare gli USA. L’ex ambasciatore americano all’ONU spera che lo “Swiss Paper”, di cui da alcune settimane si sta parlando a livello internazionale, non rappresenti un progetto del Governo svizzero. Ma a smentirlo è stato direttamente il portavoce del Dipartimento degli Esteri Johann Aeschleiman: «La Svizzera – dice al Giornale del Popolo – si sta impegnando per una soluzione diplomatica di questo conflitto ed è in contatto diretto con tutte le parti in causa. Il nostro tentativo è quello di trovare delle strade che siano accettabili per tutte le parti e che facilitino il dialogo». Meno diplomatica una nostra fonte vicina al Segretario di Stato Michael Ambühl che afferma che Bolton non sa di cosa sta parlando e che l’ex ambasciatore Guldimann non si sta affatto occupando del dossier iraniano, anche perché il diplomatico non è più in carica da ormai tre anni. Per quanto riguarda l’atteggiamento di Guldimann nei confronti degli Stati Uniti, al Dipartimento degli Affari Esteri non risulta che Washington si sia mai lamentata di come negli anni passati la Svizzera abbia svolto il suo ruolo di intermediaria con Teheran. A Berna, poi, si ha la convinzione che al Dipartimento di Stato americano, guidato da Condoleezza Rice, abbiano capito che le intenzioni della diplomazia svizzera non contrastano gli interessi americani. Bolton, infatti, sembra confondere due piani assolutamente distinti: da una parte i rapporti che Berna gestisce a Teheran per conto di Washington e dall’altra l’iniziativa diplomatica incentrata sul dossier nucleare che la Svizzera conduce a proprio titolo e non per conto terzi. Dopo essersi dimesso da ambasciatore presso l’ONU, John Bolton è tornato a lavorare per il Think Tank conservatore “American Enterprise Institute” come Senior Fellow; da allora non ha perso occasione per criticare la propria diplomazia e quella altrui. È capitato, ad esempio, nel caso dell’accordo raggiunto dalla comunità internazionale con la Corea del Nord che ha portato all’interruzione del programma nucleare di Pyongyang. È di settimana scorsa, invece, una sparata di Bolton contro il Foreign Office di Londra colpevole di aver danneggiato i rapporti con gli Stati Uniti. Ma stando a quello che si dice nei corridoi del Dipartimento di Stato americano sarebbero stati proprio i modi bruschi di Bolton a danneggiare l’immagine degli Stati Uniti all’estero. Nonostante in passato Bolton sia stato vicino alla posizione della Casa Bianca, e in alcuni casi l’abbia ispirata, oggi l’ex diplomatico non sembra poter rappresentare la posizione ufficiale di Washington. Forse su una sola cosa Bolton sembra aver ragione: il tempo sta dalla parte di Teheran.

GLI SVIZZERI CHE VORREBBERO RISOLVERE IL PASTICCIO DEL NUCLEARE IRANIANO


Dal Giornale del Popolo del 16 maggio 2007

Ne ha fatta di strada negli ultimi tre mesi la bozza di accordo elaborata dalla diplomazia svizzera per la soluzione di quel ginepraio che è il contenzioso sul nucleare iraniano. Da quando cioè il 14 febbraio scorso gli sherpa svizzeri hanno presentato a Vienna un documento il cui contenuto è stato reso noto in esclusiva dal Giornale del Popolo. Se allora al Dipartimento degli Affari Esteri ci si chiudeva in un misterioso riserbo, oggi non è più mistero che le difficili trattative vengano condotte dal rappresentante dell’Unione europea, Javier Solana, proprio su uno “Swiss Paper” redatto negli uffici di Berna. A confermarlo indirettamente a fine aprile è stato lo stesso Solana e la settimana scorsa lo ha fatto direttamente il ministro degli Esteri iraniano Manucher Mottaki. Tra la fermezza di Washington e quella di Teheran, dunque, esiste uno spiraglio di dialogo costituito dalla proposta svizzera. Sembra che il testo originario della proposta si sia evoluto dai sei punti originari e la posizione portata avanti in questo momento è definita “double time out”. La proposta, cioè, che Teheran interrompa l’arricchimento dell’uranio e, nel contempo, la comunità internazionale si impegni a non imporre nuove sanzioni. L’idea dei diplomatici svizzeri è che non è possibile pretendere dall’Iran l’interruzione dell’arricchimento dell’uranio come condizione per sedersi al tavolo delle trattative. Per Berna lo stop all’arricchimento deve essere già parte del negoziato.
In un primo momento, dicono al GdP fonti diplomatiche, gli Stati Uniti si erano molto indispettiti per l’iniziativa elvetica tanto che l’ambasciatore americano Peter Coneway aveva espresso il proprio disappunto in un incontro a quattrocchi con la signora Calmy-Rey. Per Coneway l’atteggiamento di Berna poteva indebolire il fronte della fermezza mantenuto da Washington. A Teheran, diceva Coneway, si potrebbe pensare che dietro alla proposta svizzera vi siano gli Stati Uniti. Da allora, dicono a Berna, sembra che la posizione di Washington nei confronti dell’iniziativa svizzera si sia fatta più morbida e siano ricominciati con più serenità i contatti tra i vari funzionari che si stanno occupando dello spinoso dossier. Certamente gli americani si sono tranquillizzati costatando che Berna non desidera giocare un ruolo da protagonista nell’affare, ma intende mettere in campo le sue competenze e mandare avanti qualcun altro nei negoziati veri e propri.
Nei corridoi dell’ala Ovest di Palazzo federale chi tira le fila di questo dossier è lo stesso Segretario di Stato Michael Ambühl. Uscito dal Politecnico di Zurigo con una laurea in gestione aziendale e in matematica applicata, Ambühl a prima vista non sembrerebbe l’uomo adatto a un affare di alta politica internazionale e potrebbe essere facile preda dei pescecani della diplomazia iraniana e statunitense. In realtà il funzionario zurighese si è fatto le ossa tra il 2000 e il 2004 con le trattative dei Bilaterali II e alla segreteria di Stato è arrivato l’anno successivo con una notevole esperienza nel gestire i dossier più complicati. Non è escluso che le sue frequentazioni degli uffici di Bruxelles gli abbiano permesso di avvicinarsi ai collaboratori di Javier Solana per accreditare la proposta svizzera. Ambühl non ha il physique du rôle del diplomatico di razza, ma certamente ce la sta mettendo tutta e non risparmia le suole delle scarpe dato che, come scriveva domenica la NZZ am Sonntag, si è recato a Teheran già una mezza dozzina di volte negli ultimi mesi.
Certo resta imprevedibile e spinosa la variabile costituita dall’atteggiamento ambiguo dell’Iran, che non si adopera per scongiurare lo scontro diretto. E mentre a intermittenza il negoziatore Ali Lariani si dice pronto a sedersi al tavolo del negoziato, ieri gli ispettori dell’AIEA hanno confermato che la produzione dell’uranio arricchito da parte di Teheran ha conosciuto un’importante escalation.

FAMILY DAY: UN’IDEA PER L’EUROPA

dal Giornale del Popolo del 14 maggio 2007

«Verranno tempi in cui spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie degli alberi sono verdi d’estate». Questo diceva, profeticamente, G.K. Chersterton che già all’inizio del secolo scorso preannunciava la necessità di una battaglia per la difesa della ragione e del senso comune. Sabato al Family Day di Roma tantissimi cattolici e molti laici hanno invaso Piazza San Giovanni con questo spirito e nella convinzione che occorra combattere per difendere qualcosa che fino a non troppi anni fa era una realtà scontata come, appunto, il colore delle foglie sugli alberi. Sono arrivati i tempi in cui bisogna ricordare che cosa è la famiglia fondata sul matrimonio e per quali buoni motivi va tutelata e promossa. Sembra una banalità ma, purtroppo, non lo è più. Non si ricorda nella storia d’Italia una manifestazione di queste dimensioni che portasse in piazza nonni, genitori e passeggini in un carosello di allegria e positività. Sui numeri è meglio non discutere troppo: è ormai convenzione assodata che chi occupi per intero Piazza San Giovanni abbia il diritto di annunciare la partecipazione di almeno un milione di persone. Sabato in piazza è comparsa tutta quella fetta di società che non è mai tenuta in conto dagli editoriali della stampa nazionale; un popolo fino a sabato rimasto nell’ombra, anche se aveva fatto sentire la sua presenza in un’altra occasione due anni fa con il referendum fallito per l’abrogazione della legge sulla procreazione assistita. Da oggi la politica italiana, dell’una e dell’altra parte, non potrà più far finta di non aver visto e di non sapere. Si affannino pure i partiti a provare a cavalcare, per fini elettorali, l’onda del successo della mobilitazione. Ma la politica partitica, per sua natura, faticherà non poco a ingabbiare un movimento di questo genere così composito e allo stesso tempo capace di unità per un tema così importante. Dal palco di Piazza San Giovanni nessuno slogan contro il governo, solo la decisa presa di posizione contro la soluzione (i DI.CO) scelta per garantire i diritti alle coppie di fatto. Sarebbe però superficiale e miope guardare al Family Day come a un folkloristico fenomeno italiano. La battaglia lanciata dai cattolici italiani (e condivisa da molti laici, ebrei, protestanti e musulmani) ha un valore culturale che travalica i confini nazionali. Eugenia Roccella, portavoce della manifestazione, in un’intervista al GdP diceva che quella del Family Day è una battaglia d’avanguardia per l’Europa, in anticipo sui tempi; un discorso proiettato al futuro che fa sembrare la recente legge svizzera sul registro delle unioni dei conviventi un arnese appartenente a un tempo ormai lontano. È la famiglia che garantisce il futuro della società, solo chi è attento ad essa può dire di guardare al futuro.

CADEMARIO, DOVE LA SVIZZERA SI STUPISCE DI SE STESSA

Da Vita del 25 agosto 2006

«Il Wellness Hotel Kurhaus Cademario offre tutti i vantaggi di una struttura che combina il comfort di un hotel di classe, il relax di un centro benessere e la professionalità di un istituto terapeutico. È aperto tutto l’anno». Così esordisce il depliant informativo della più nota attrattiva di questa località a 850 metri di altitudine, il piccolo comune di Cademario, 800 anime scarse. Siamo in Canton Ticino, a poco più di dieci chilometri da Lugano, un’ottantina da Milano. A volte, d’inverno – dicono – dalla terrazza del Kurhaus è possibile godere una vista spettacolare su un mare di nuvole che copre il lago giù a valle. Insomma, un posto ideale per anziani facoltosi e pazienti in cerca di un incantevole posto per lussuose riabilitazioni. Il Kurhaus è una sintesi dello spirito svizzero: comfort, professionalità, bellezza paesaggistica: il tutto al servizio del benessere. È proprio la ricerca del benessere il motore non solo del Kurhaus di Cademario, ma a ben vedere, di tutto il sistema- Svizzera. Secondo il mito qui tutto funziona alla stregua di un orologio di alta precisione. Mito o non mito in pochi posti al mondo come in Svizzera gli uomini, per dirla con T.S. Eliot, hanno sognato (e in qualche caso realizzato) «sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono». Tutto più o meno funziona, ma il benessere? Quella del tasso di suicidi record non è una leggenda, anzi, e tra i sistemi “talmente perfetti” oggi la Svizzera può contare anche le associazioni che, in caso di gravi malattie, ti aiutano a toglierti la vita. Il metodo è sempre lo stesso: professionalità, discrezione e cortesia. Lo chiamano “suicidio assistito”. A poche centinaia di metri dal Kurhaus c’è una villa semplice di tre piani, grandi finestre che danno sul lago. Il bosco vicino, un grande prato, aria buona. Un posto ideale, chessò, per un agriturismo di successo. Anche qui, da qualche tempo, un piccolo popolo giunge dal fondo valle cercando un benessere fatto non di piscine a idromassaggio e camerieri in giacca bianca. A muovere questa gente sono desideri e inquietudini difficili da definire con le solite categorie sociologiche. Si tratta del Monastero dei Santi Francesco e Chiara. Qui abitano otto clarisse che vivono la clausura secondo la regola dei santi di Assisi. La comunità è stata fondata nel 1992, ma lo scorso giugno – grazie alle nuove vocazioni e alla richiesta della Diocesi di Lugano – è stata eretta a monastero autonomo. Era dall’800 che in Svizzera non veniva eretto un nuovo monastero di clarisse. A Cademario arriva gente di tutti i tipi: adulti in cerca di qualcuno che ascolti, famiglie, gruppi di parrocchie e movimenti, bambini della Prima Comunione. Tutti desiderosi di conoscere queste donne che fanno la vita più strana che si possa immaginare: una vita semplice e povera, fatta di preghiera e contemplazione. Chiediamo a suor Myriam, la madre badessa, il motivo di questo interesse: «È un mistero di Dio. Le cose nascoste è come se venissero alla luce. La verità viene alla luce e il cuore dell’uomo è sempre in grado di riconoscerla. La nostra vita è il segno più grande di questo: ciò che è vero, ciò che uno desidera, anche se nascosto, si fa strada da sé». Mi racconta che recentemente sono venuti al monastero i bambini della Prima Comunione della parrocchia del paesino: «Ci hanno fatto tantissime domande, alcune anche divertenti: mi hanno chiesto, per esempio, se sotto il velo avevo i capelli… Certo, vengono molti bambini, ma i più colpiti sono sempre gli adulti che li accompagnano ». Ma cosa dite a questa gente? «Noi non facciamo nient’altro se non accogliere, ascoltare e dire con la nostra vita che c’è il Signore. Che è proprio vero che questo Signore accompagna l’uomo. È come se la gente lo sapesse già, ma è come se avesse bisogno di vedere e toccare che è possibile dare tutto a Lui. Vengono e vedono ragazze giovani che lasciano tutto: la carriera, gli affetti, la ricchezza… per cosa?». Suor Miyriam racconta che alle ragazze che chiedono di entrare in monastero dice senza giri di parole che non si tratta di un albergo a quattro stelle, ma la risposta è sempre la stessa: «A me va bene così». Le ultime arrivate a Cademario si chiamano suor Mirjam Cristiana e Daniela. La prima è già novizia, la seconda è arrivata da appena 10 mesi. Hanno entrambe 27 anni. Tutte e due sono laureate, la prima in Scienze dell’educazione, la seconda in matematica. Sorridono. Hanno uno sguardo profondo e bellissimo. Sono italiane: la prima è brianzola, la seconda di Crema. Sono arrivate a Cademario con storie diverse, tramite amicizie e anche grazie al caso (o alla Provvidenza). Cristiana dice che da grande avrebbe voluto fare la mamma, Daniela aveva già un ragazzo. Niente. Il fascino per una vita dominata dall’amore a Cristo le ha vinte e portate qui. In questo posto sperduto sulle montagne, che ora la gente non cerca più solo per l’elegante Kurhaus, ma anche per vedere i loro sguardi penetranti dietro la grata di legno chiaro. Proprio qui. Nella efficiente, laica e sempre più disperata Svizzera.