DUE TEDESCHI E IL DUOMO DI MILANO

Oggi sono stato a Milano per l’ingresso nella diocesi del nuovo arcivescovo Angelo Scola. È stata una di quelle occasioni in cui si capisce bene perché il duomo esiste e perché è così bello. Vi propongo quattro immagini realizzate da due grandi artisti tedeschi che ne hanno subìto il fascino.

Gerhard Richter, Meiland Dom, 1964
Gerhard Richter, Mailand Dom, 1964
Gerhard Richter, Cathedral Square, Milan Domplatz, Mailand, 1968
Gerhard Richter, Milan Domplatz, 1968
Thomas Struth, Duomo di Milano (Facciata). Milano 1998
Thomas Struth, "Duomo di Milano, facciata", 1998

Thomas Struth, “Duomo di Milano, interno”, 1998.
Thomas Struth, “Duomo di Milano, interno”, 1998

IL MUSULMANO CHE PREGÒ DAVANTI A UN QUADRO DI ROTHKO

Mark Rothko, Light Red Over Black, 1957
Mark Rothko, Light Red Over Black, 1957

Tra la folla che accorse alla prima mostra inglese di Mark Roth nel 1961 alla Whitechapel di Londra ci fu anche un giovane musulmano che, entrato nella galleria, slotolò un tappetino e si mise a pregare. È questo il ricordo più fulminante di quella mostra evocato dall’allora direttore della galleria Bryan Robertson. Rothko aveva iniziato a dipingere campiture di colore dalla fine degli anni quaranta e da subito, attorno alla sua opera, si era creata una sorta di mitologia religiosa. Il fatto che un episodio di questo genere fosse capitato durante la sua prima mostra in Europa, dà l’idea di quanto questo fosse vero.
L’episodio è riportato dal Telegraph in una bella recensione di Alastair Sooke alla mostra “Rothko in Britain” che la galleria londinese ha organizzato per celebrare i cinquat’anni di idillio tra la Gran Bretagna e il suo pittore americano preferito.
In mostra, riferisce tra l’altro Sooke, sono esposti alcuni fogli dattiloscritti dall’artista Michael Canney nei quali riferisce un dialogo avuto con Rothko durante le settimane della mostra del ’61. “Pensi che i miei quadri siano sereni, come la vetrata di una cattedrale?” diceva Rothko. “Devi guardare meglio. Io sono il più violento tra i pittori americani. Dietro quei colori si cela il cataclisma finale”.

LA STAMPA TEDESCA SCETTICA SUL FILM SU GERHARD RICHTER


La stampa tedesca non fa sconti al film di Corinna Belz “Gerhard Richter Painting” dedicato all’opera degli ultimi due anni del grande pittore tedesco presentato sabato al festival del film di Toronto. A segnalarlo è Artforum che cita gli articoli di Die Zeit e della Süddeutsche Zeitung. Il primo parla addirittura di un “misunderstanding di 73 minuti” accusando la Belz di considerare Richter come il miglior interprete possibile della propria opera. La Süddeutsche, invece, valorizza il documentario soltanto per i lunghi piani sequenza nei quali viene ritratto il pittore all’opera. Se è difficile valutare la prima sentenza senza aver visto il film, sulla seconda invece bastano i brani contenuti nel trailer qui sotto per dire che almeno per quell’aspetto il film è da non perdere. Ora occorrerà capire quando e come sarà possibile vederlo.

IL RAGAZZINO CHE FECE DA BABY SITTER A LUCIAN FREUD

Boy's Head, Lucian Freud, 1952

Si chiama Charlie Lumley e oggi ha 79 anni. È il soggetto di questo bellissimo ritratto che Lucian Freud dipinse nel 1952 e che il mese prossimo andrà all’asta da Sotheby’s per almeno 4 milioni di sterline. Lumley ha raccontato all’Independet che durante il periodo in cui posò per il dipinto dovette fare da “baby sitter” al grande pittore inglese. A chiederglielo furono gli amici di Freud preoccupati per la sua incolumità a causa delle difficoltà tra l’artista e Lady Caroline Blackwood, alora sua moglie. “Francis Bacon – racconta Lumley – mi disse ‘per amor del cielo tienilo d’occhio perché temo che salti giù dal tetto’. Così dovetti fargli da baby sitter”.
“Freud non smetteva mai di parlare – continua Lumley – Conversava su qualsiasi argomento. Aveva una memoria incredibile. Poteva discutere di boxe – di cui io all’epoca parlavo molto – ma Dio solo sa lui cosa sapesse di boxe…”.

NOI CHE DIMENTICHIAMO. ANCHE L’11 SETTEMBRE

Thomas Hoepker chose not to publish this photograph in a book about 9/11. Photograph: Thomas Hoepker/Magnum
Photograph: Thomas Hoepker/Magnum

Che l’11 settembre 2001 ha cambiato la storia lo sappiamo dalla sera dell’11 settembre, cioè è dieci anni che lo sappiamo. Non so cosa ci sia davvero di nuovo da dire. La cosa più intelligente che ho letto finora l’ha scritta Jonathan Jones in questo pezzo dal sapore testoriano nel quale cerca di spiegare il dirompente significato di questa foto di Thomas Hoepker la cui storia la potete leggere qui. Una foto che, più che dell’11 settembre, parla di come sono fatti gli uomini.

Dice Jones:

And so, 10 years on, the meaning of this photograph is that memories fade fast. The people in the foreground are us. We are the ones whose lives went on, touched yet untouched, separated from the heart of the tragedy by the blue water of time, which has got ever wider and more impossible to cross. A 10-year-old event belongs to history, not the present. To feel the full sorrow of it now you need to watch a documentary – and then you will switch to something lighter, either because it is painfully clear that too much blood has been spent around the world in the name of this disaster, or simply because changing channels is what humans do. The people in this photograph cannot help being alive, and showing it.

RECALCATI E IL GIALLO-VAN GOGH: COSÌ VICINO DA BRUCIARE


Del giallo-Van Gogh aveva già scritto Giuseppe Frangi qualche giorno fa in un pezzo per il Sussidiario parlando dell’“alta nota gialla”  che pittore stesso in una lettera descriveva al fratello Theo. Poi è arrivata la notizia secondo la quale il giallo-Van Gogh potrebbe andare perduto a causa della sua struttura chimica per la quale è destinato a imbrunirsi. Sul motivo per il quale amiamo così tanto il giallo-Van Gogh, Marco Dotti per Vita ha fatto qualche domanda allo psicanalista Massimo Recalcati. Ecco la parte più interessante di quel dialogo.

RECALCATI: Sarebbe ingenuo ignorare che tutti amiamo o abbiamo amato Van Gogh per la sua pittura, per le sue tele, per i suoi colori e per il suo “giallo” che, oggi, dicono stia svanendo a causa della composizione del colore. Tutti l’abbiamo amato o lo amiamo perché c’è qualcosa in lui – che è una singolarità così irriducibile all’universale – che tocca una corda universale. Van Gogh non mente sull’umano, dice una verità essenziale sull’umano. Il giallo-Van Gogh può essere visto come un segno di questa pratica di non menzogna sull’umano. Un segno paradossalmente confermato e non smentito dal suo deperimento.

DOTTI: Quale verità?
R: Quella che l’umano è sradicamento, assenza di origine, emergenza su uno sfondo vuoto ma, al tempo stesso, spinta incessante verso l’assoluto. Spinta ad accostare questo vuoto, tentativo di nominarlo, di fornirgli un’immagine. Forse anche di racchiuderlo in questa immagine. E poi c’è il grande elemento dell’incarnazione, della biografia come incarnazione dell’opera.

D: Un’incarnazione che avviene attraverso continue lacerazioni. Anche la ricerca dell’assoluto è nel segno di una preghiera spezzata…
R: Direi di più: l’assoluto, per lui, non ha solo il volto del bene, la luce non è solo l’elemento che genera la vita, ma anche quello che la brucia. È ciò che Lacan chiamava “la Cosa”. Nelle sue ultime opere, ad esempio quelle che ritraggono campi di ulivi, la presenza del disco inumano del sole non alimenta la vita, ma la ustiona perché la prossimità è eccessiva. L’assoluto diventa così, sempre per dirla in termini lacaniani, il luogo di un godimento che si è approssimato troppo alla scena del mondo e, approssimandosi troppo, la scompagina, la devasta. Questo elemento mi pare speciico del pensiero e della pratica di Van Gogh. C’è, in lui, un’ambivalenza ben esempliicata dal “girasole” che è al tempo stesso luce e tenebra, gloria e distruzione. È il giallo e il suo imbrunire.

TARYN SIMON: FOTOGRAFARE L’INFOTOGRAFABILE

Hymenoplasty	 Cosmetic Surgery, P.A.	 Fort Lauderdale, Florida
Hymenoplasty Cosmetic Surgery, P.A. Fort Lauderdale, Florida
Transatlantic Sub-Marine Cables Reaching Land	 VSNL International	 Avon, New Jersey
Transatlantic Sub-Marine Cables Reaching Land VSNL International Avon, New Jersey
U.S. Customs and Border Protection, Contraband Room	 John F. Kennedy International Airport	 Queens, New York
U.S. Customs and Border Protection, Contraband Room John F. Kennedy International Airport Queens, New York

Taryn Simon è un po’ la Sofia Coppola della fotografia. Newyorkese, classe 1974, parentele importanti (è la cognata di Gwyneth Paltrow) e soprattutto: piace alla gente che piace (leggi: Gagosian). La segnalo per due motivi: il primo è che dà l’impressione di una maturità di sguardo sorprendente per la sua età, il secondo è che come pochi è riuscita nell’intento di fotografare l’infotografabile. Mi riferisco soprattutto a due lavori come An American Index of the Hidden and Unfamiliar (2007) – del quale alcuni scatti sono esposti nel padiglione danese della Biennale di Venezia, e Contraband (2010). Americanissima, anche nello stile di critica sociale che avanza con la sua opera, adotta il teutonico processo di catalogazione inventato da Bernd e Hilla Becher. Lo dimostra nell’ultimo lavoro A Living Man Declared Dead and Other Chapters esposto in questi giorni alla Tate Modern (fino al 2 gennaio 2012), nel quale fotografa sedici “bloodline”, immortalando i volti dei membri di famiglie svelando contemporaneamente le storie ad essi legate, come accade, appunto, nella storia indiana dell’uomo vivo dichiarato morto.

Qui la presentazione della mostra di Londra

Qui invece la presentazione di An American Index of the Hidden and Unfamiliar