RICHTER ALLA BEYELER E QUELLE QUATTRO TELE BIANCHE

Studio di Gerhard Richter, Colonia, 19 dicembre 2013, foto di Georges Didi-Huberman.
Studio di Gerhard Richter, Colonia, 19 dicembre 2013, foto di Georges Didi-Huberman.

∑a mostra di Gerhard Richter Pictures/Series alla Beyeler di Basilea è una nuova occasione per ripetersi che, sì, esistono ancora grandi artisti e soprattutto grandi opere d’arte. Guardare, dopo aver visto il pittore tedesco, i Cézanne, i Monet, i Picasso, i Klee della collezione permanente conservata nel Museo progettato da Renzo Piano rinsalda nella certezza che, no, non tutto è perduto come alcuni dicono.

Eppure l’incontro con Richter non è mai facile, perché si tratta di un artista sfuggente, che fugge i tentativi dell’intelligenza di accalappiarlo. Appaga gli occhi, sfianca i neuroni. Non sappiamo bene dove ci porterà, che cosa ci sta dicendo, perché ce lo vuole dire. È qualcosa che ci attrae, di sicuro, e per questo il rovello che ci prende è ancor più intenso.

Qui però vorrei parlare del saggio che Georges Didi-Huberman ha scritto per il catalogo della mostra in forma di lettera allo stesso Richter. Parla di una visita, avvenuta nel dicembre del 2013, allo studio dell’artista. Dice: c’erano quattro tele bianche che attendevano di essere dipinte. Dice: l’arte di Richter vive di dubbio (ostilità verso tutte le forme di ideologia) e di desiderio. Il desiderio come motore del fare arte, che impedisce di arrendersi all’apparente assenza di significato delle cose. Dice: sono mesi che penso a che cosa accadrà di quelle tele bianche. Il critico francese ricorda quella risposta data a Nicholas Serota nell’intervista del catalogo di Panorama, in cui parla dell’impossibilità di raffigurare le immagini dell’olocausto. Ricorda che in quella risposta Richter cita un libro dello stesso Didi-Huberman Immagini malgrado tutto, che tratta proprio la possibilità di creare delle immagini dopo la tragedia dei campi di sterminio. Didi-Huberman racconta che una di queste immagini è appesa dello studio del pittore tedesco e che, andandolo a trovare e vedendo quelle quattro tele bianche ancora da dipingere ha pensato che forse, quello, sarebbe stato il luogo dove, finalmente, dopo sessant’anni di riflessione (c’è una foglio di Atlas dedicato), Richter avrebbe affrontato il tema più difficile. Ecco come termina la lettera:

«Spero che riuscirai a “portar fuori quelle immagini” dal tuo piano di montaggio psichico (troppo travolgente nell’immaginario), dove sono ancora da trovare, e da quel tuo piano di rappresentazione documentaria (troppo travolgente nel reale), dove noi forse le guardiamo. Non per sbarazzarcene, neanche per “salvarle attraverso l’arte”, ma invece, semplicemente per farle uscire e permettere che siano viste in modo diverso. So che quando uno ne ha abbastanza di qualcosa, in Germania voi dite: “Mi vien fuori dalla gola” (Es hängt mir zum Hals raus). In Francia noi diciamo: “Mi viene fuori dagli occhi” (Ça me sort par les yeux). Lasciaci attendere e vedere. Lasciaci vedere se queste immagini, alla fine, “ti verranno fuori attraverso gli occhi”, con l’aiuto della pittura».

Qui qualche foto della mostra di Basilea (che nessuno mi ha impedito di fare)

I PEZZI UNICI DI RICHARD LEAROYD

Richard Learoyd - Agnes in Striped Dress 2007
Agnes in Striped Dress, 2007, unique Ilfochrome print, 172.7 x 121.9 cm

Richiard Learoyd - Agnes Nude 2007
Agnes Nude, 2007, unique Ilfochrome print, 172.7 x 121.9 cm

Richiard Learoyd - Men's Back 2008
Men's Back, 2008, unique Ilfochrome print, 172.7 x 121.9 cm

Richard Learoyd - MAEKE 2007
MAEKE, 2007, unique Ilfochrome print, 172.7 x 121.9 cm

È stata una delle scoperte della puntata ad Art Basel. Sono le maestose immagini del fotografo inglese Richard Learoyd. Strabordano di delicata eleganza. Sono ritratti a grandezza naturale, ottenuti grazie a una tecnica d’altri tempi: un obiettivo dell’800 per ritratti, una stanza al posto del corpo della macchina fotografica, e fogli Ilfochrome invece della pellicola. Di fatto l’immagine viene impressa direttamente sui grandi fogli di carta sensibile che viene sviluppata senza il tramite di un negativo, il che rende la singola fotografia un pezzo unico, quasi fosse una polaroid gigante.
Al di là della perizia tecnica, il risultato è davvero straniante. L’occhio si perde nei dettagli ad alta definizione e nei profondi fuori fuoco ai bordi dell’immagine. Qui sopra ce n’è qualcuna come esempio, ma ora che vedo quanto poco rendono a video mi viene una gran malinconia di non potervele mostrare in tutta la loro bellezza.
Sul l’ultimo numero di Aperture c’è una bella intervista di Peggy Roalf a Learoyd nel quale il fotografo parlando delle sue immagini dice:

“I see my work more in the lineage of the French – referring to daguerreotypes: those nonreproducible photographic objects whose multiplaned surface and miraculous depth of field facinate me. With my work I am interested in the moment when the image becomes dye and color, when the illusion of it being a reflection or projection breaks down. I think you get that sense with the daguerreotype images: you see the object before the illusion. With my pictures, the illusion is very strong and breaks suddenly, and often momentarily, which is something i like”.

È MORTO ERNST BEYELER

UN OMAGGIO ALL’UOMO CHE INVENTÒ ALBERTO GIACOMETTI.

1961. Alberto Giacometti visto da Henri Cartier Bresson

1963. Ernst Beyeler cammina nella sua galleria.

1997. “L’uomo che cammina II” nelle sale progettate da Renzo Piano alla Beyeler Foundation a Basilea.

2010. “L’uomo che cammina I” viene battuto all’asta da Sotherby’s per 104,3 milioni di dollari. È l’opera d’arte più costosa mai acquistata prima ad un’asta.

PS: grazie a Davide Dall’Ombra per l’idea.