TWO WEEKS ONE SUMMER. DAMIEN HIRST INCIAMPA SUI PENNELLITWO WEEKS ONE SUMMER. DAMIEN HIRST STUMBLES ON BRUSHES

Damien Hirs, Love Birds in Darkness, 2010,  101.6 x 76.2 cm, Oil on canvas
Damien Hirs, Love Birds in Darkness, 2010, 101.6 x 76.2 cm, Oil on canvas

A NO NAME piace molto Damien Hirst. Qualcuno se ne sarà accorto. È una specie di venerazione, lo ammetto. Non acritica, però. Come i veri amanti, sono molto esigente. E certe cose è meglio non lasciarle passare senza dire niente.

Dopo aver visto la bellissima mostra in corso alla Tate Modern stavo per scrivere che Hirst, decidendo di non esporre neanche un quadro della serie realizzata con le sue mani, aveva in qualche modo dichiarato che quella con i quadri “à la Bacon” era una strada ormai abbandonata. Non l’ho scritto. Per fortuna. A smentire questo mio wishfull thinking è la mostra “Two Weeks One Summer” in corso nella sede di White Cube a Bermondsey Street. La mostra non l’ho vista, ma mi ricordo che già nel 2009, con “No Love Lost – Blue Paintings” alla Wallace Collection, si alzò un coro di disapprovazione. Andai a vederla e non mi dispiacque poi molto. Azzardai un commento quasi positivo. Quello non era neanche il primo tentativo. Nei mesi precedenti, infatti, Hirst aveva esposto quadri a Kiev al Pinchuk Art Centre nella mostra “Requiem”.

Ma a guardare su internet i quadri esposti nella super galleria di Jay Jopling, c’è da rimanere parecchio perplessi. A confermare l’impressione la spietata recensione che Jonathan Jones ha fatto sul Guardian. Eccone qualche passaggio:

(…) Scherzi a parte, signor Hirst, sto parlando con lei. Sembra che non abbia nessuno intorno a lei che le dica: ora basta. Lasci perdere. Le dico questo non da nemico, ma da ammiratore di lunga data. Nessun incontro con un’opera d’arte contemporanea mi ha mai emozionato come la volta che entrai, nel 1992, alla Saatchi Gallery e vidi uno squalo tigre farmi le boccacce. Ma questi dipinti sono un sacrilegio per l’arte. Ognuno di questi dipinti – dal pappagallo in gabbia fino ai fiori e alle farfalle – fa a pugni la pittura figurativa e non riesce ad avvicinarsi, non solo alla maestria, ma alla competenza minima.

(…) Se Hirst non avesse cercato di dipingere un arancio con precisione, nessuno avrebbe saputo che non lo sa fare. Ma lui ci ha provato, almeno io penso che sia un arancio, e la misera sfera sembra fluttuare a mezz’aria a causa del goffo cerchio di ombra che le sta sotto. Per un momento ho pensato che fosse intenzionale, poi ho capito che era un problema di competenza. Questi problemi abbondano. Guardi un ramo e capisci subito che ci ha lavorato su, ma è anche ovvio che è lavoro sprecato. Al loro meglio questi quadri non valgono quelli delle migliaia di artisti della domenica che dipingono in giro per la Gran Bretagna. La differenza è che lui può permettersi degli stupidi che lo paragonino a Caravaggio (il riferimento è al saggio in catalogo, ndr).

Questa mostra è un avvertimento ai giovani artisti. A 18 anni, si può diventare come Damien Hirst, quando ne aveva 30. Ma superati i 40 anni, Hirst vuole a quanto pare essere l’artista che sarebbe potuto essere, chissà, se avesse trascorso la sua giovinezza a disegnare. Ha iniziato troppo tardi. Ora sembra un tiranno perso in un mondo di specchi, come il bambino più sopravvalutato del mondo, come un disonore per la sua, la mia, generazione. Siamo questo fallimento?

Io non so se sarei stato così severo. Forse no. Eppure c’è una cosa che mi rende simpatico Hirst anche in questa caduta plateale. E cioè che avrebbe potuto non farlo. Avrebbe potuto continuare con le solite cose che ormai ripete da dieci anni. E invece ci ha provato e si è rimesso in gioco. E ha fallito. Alla grande. Anche solo per questo andrebbe stimato.

Damien Hirst Butterflies and Blossom 2010
Butterflies and Blossom, 2010

Damien Hirst The Sorrow (with Magpie) 2008-2010
The Sorrow (with Magpie), 2008-2010

Damien Hirst Parrot with Outstreched Wings 2010-2012
Parrot with Outstreched Wings, 2010-2012

Damien Hirst Brown Jug of Water with Scissors 2010
Brown Jug of Water with Scissors, 2010

Damien Hirs, Love Birds in Darkness, 2010,  101.6 x 76.2 cm, Oil on canvas
Damien Hirs, Love Birds in Darkness, 2010, 101.6 x 76.2 cm, Oil on canvas

NO NAME really likes Damien Hirst. Someone would have noticed. It’s a kind of veneration, I admit. Not uncritical, however. How true lovers, I am very picky. Ad it is better to say certain things

After seeing the beautiful exhibition at the Tate Modern, I was going to write that Hirst, deciding not to expose even a picture of the series made with his hands, had somehow said that the pictures “a la Bacon” was a road now abandoned. I did not write it. Fortunately. To refute this wishfull thinking is the exhibition “Two Weeks One Summer” in progress at White Cube in Bermondsey Street. I have not seen the show, but I remember that back in 2009 with “No Love Lost – Blue Paintings” at the Wallace Collection, a chorus of disapproval rose. I went to see it and I did not mind much. I ventured a comment almost positive. That he was not the first attempt. In the months before, in fact, Hirst had exhibited paintings at the Pinchuk Art Centre in Kiev in the exhibition “Requiem”.

But it is quite perplexing seeing online the canvas exhibited in the Jay Jopling’s super gallery. Jonathan Jones confirms the impression with his harsh review in The Guardian. Here are some steps:

(…) Seriously – Mr Hirst – I am talking to you. It seems you have no one around you to say this: stop, now. Shut up the shed. I say this as a longtime admirer, not an enemy. No encounter with a contemporary work of art has ever thrilled me like the day I walked into the Saatchi Gallery in 1992 and saw a tiger shark’s maw lurch towards me. But these paintings are abominations unto the lord of Art. They dismantle themselves. Each of these paintings – from the parrot in a cage to the blossoms and butterflies – takes on the difficulties of representational painting and visibly fails to come close, not merely to mastery, but to basic competence.

If Hirst did not try to paint an orange accurately, no one would know he can’t do it. But he has tried, at least I think it’s an orange, and the poor sphere seems to float in mid air because of the clumsy circle of shadow below it. For a moment I thought this was intentional, then I realised it was a competence issue. Such issues abound. You look at a branch and it is obvious he has worked at it: equally obvious the work was wasted. At their very best these paintings lack the skill of thousands of amateur artists who paint at weekends all over Britain – and yet he can hire fools to compare him with Caravaggio.

This exhibition is a warning to young artists. At 18, you may long to be Damien Hirst when he was 30. But in his 40s, Hirst apparently wishes he was the artist that, who knows, he might have been, had he spent his youth drawing day after day after day. He has left it too late. Instead he looks like a tyrant lost in a world of mirrors, like the world’s most overpraised child, like a disgrace to his, my, generation. Are we this bankrupt?

I do not know if I would be so severe. Maybe not. Yet there is one thing that makes me sympathetic Hirst also in this fall: he could not do it. He could have continued with the usual things now repeated for ten years. But he tried it. And he has failed. Completely. Even for this should be estimated.

Damien Hirst Butterflies and Blossom 2010
Butterflies and Blossom, 2010

Damien Hirst The Sorrow (with Magpie) 2008-2010
The Sorrow (with Magpie), 2008-2010

Damien Hirst Parrot with Outstreched Wings 2010-2012
Parrot with Outstreched Wings, 2010-2012

Damien Hirst Brown Jug of Water with Scissors 2010
Brown Jug of Water with Scissors, 2010

TUTTI GLI SQUALI DEL SIGNOR DAMIEN HIRST (UN CENSIMENTO)HOW MANY SHARKS, MR. HIRST? (A CENSUS)

Damien Hirst, The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living, 1991
Damien Hirst, The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living, 1991

Sono stato alla mostra di Damien Hirst alla Tate Modern di Londra. È una mostra all’altezza sia della Tate sia di Hirst. Se potete, non perdetevela. L’opera più bella è anche la più famosa: The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living (d’ora in poi per brevità TPIODITMOSL).

Di quest’opera Hirst ha parlato molte volte (l’ultima qui), ma una volta ha  spiegato: “Mi piace l’idea di qualcosa che descrive una sensazione. Uno squalo fa paura, è più grande di te, si muove in un ambiente a te sconosciuto. Sembra vivo quando è morto e morto quando è vivo”.

Nella mostra di Londra, però, gli squali esposti sono due. Il primo è, appunto, TPIODITMOSL. L’altro, più piccolo e in una teca nera, si intitola The Kingdom.

Per molti TPIODITMOSL è diventato il simbolo della follia dell’arte contemporanea, tanto che nel 2008 l’economista Donald Thompson ha scritto un libro tradotto in italiano col titolo Lo squalo da 12 milioni di dollari – La bizzarra e sorprendente economia dell’arte contemporanea. Thomson racconta per filo e per segno la genesi di TPIODITMOSL e rivela una serie di particolari abbastanza interessanti.

L’opera fu realizzata per la prima volta nel 1991 con i soldi di Charles Saatchi. “L’artista – racconta Thompson – aveva fatto alcune telefonate “Cercasi squalo” ad alcuni uffici postali australiani in località costiere, i quali avevano appeso dei cartelli con il suo numero di Londra”. A rispondere all’annuncio fu Vic Hislop, un pescatore di Hervey Bay, una località sull’Oceano Pacifico. Lo squalo fu pagato 6000 dollari: 4000 per la cattura e 2000 per imballarlo nel ghiaccio e spedirlo a Londra via nave.

vic hislop, shark for damien hirst
Vic Hislop alle prese con uno squalo nel 1992.

TPIODITMOSL fu esposta per la prima volta nel 1992 nella galleria privata di Saatchi. Quando però nel 2005, tramite i buoni uffici di Larry Gagosian, Saatchi vendette l’opera al finanziere americano Steve Cohen (si dice per 12 milioni di dollari), lo squalo si era completamente deteriorato. Hirst accettò si sostituire l’animale e chiamò di nuovo Vic Hirslop. Gli chiese altri tre squali tigre e un grande squalo bianco della stessa stazza e ferocia dell’originale. Hirslop, racconta Thompson, inviò a Hirst cinque squali, uno dei quali in regalo. (Qui l’articolo del Nyt che racconta la sostituzione di squalo)

Che fine hanno fatto gli altri quattro squali? In realtà io ne ho censiti almeno cinque. Eccoli:

The Immortal (1997-2005)

Damien Hirst, The Immortal (1997-2005)

The Wrath of God (2006)

Damien Hirst, The Wrath of God (2006)

Death Explained (2007)

Damien Hirst, Death Explained (2007)

Death Denied (2008)

Damien Hirst, Death Denied (2008)

The Kingdom (2008)

Damien Hirst, The Kingdom (2008)

Che io sappia poi, esiste almeno un’opera realizzata anziché con uno squalo, con un pesce-martello:

Fear of Flying (2008-2009)

Damien Hirst, Fear of Flying (2008-2009) Damien Hirst, Fear of Flying (2008-2009)

Damien Hirst, The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living, 1991
Damien Hirst, The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living, 1991

I’ve been to Damien Hirst’s exhibition at the Tate Modern in London.  It is a show worthy of the Tate and Hirst. The most amazing work is the most famous one: The Physical Impossibility of Death in the Mind of SomeoneLiving (hereafter for brevity TPIODITMOSL).

Hirst spoke about this work many times (the last one here), but once explained: “I like the idea of something describing a feeling. A shark is scary, it’s bigger than you, it moves in a environment unknown to you. It seems alive when it is dead, and dead when it is alive”.

In the London show, however, the sharks on display are two. The first is, in fact, TPIODITMOSL. The other, smaller and in a black vitrine, called The Kingdom.

For many TPIODITMOSL has become the symbol of the folly of contemporary art, so much so that in 2008 the economist Donald Thompson wrote the book The $12 Million Stuffed Shark. Thomson explains the genesis of TPIODITMOSL and reveals a number of quite interesting details.

The work was realised for the first time in 1991 with Charles Saatchi’s money. “The artist – writes Thompson – had made ​​some phone calls “Wanted shark”at some post offices in the Australian coastal towns, which had hung signs with his number in London”. The man who called Hirst was Vic Hislop, a fisherman from Hervey Bay, a resort on the Pacific Ocean. The shark was paid $6000: $4000 for the capture and $2000 for packing it in ice and shiping it to London by ship

vic hislop, shark for damien hirst
Vic Hislop whit a shark in 1992.

TPIODITMOSL was shown for the first time in 1992 in Saatchi’s private gallery. But when in 2005, through the good offices of Larry Gagosian, Saatchi sold the work to the American financier Steve Cohen (they say: 12 million dollars), the shark had completely deteriorated. Hirst accepted to replace the animal and called again Hirslop Vic. He asked three other tiger sharks and great white shark of the same size and ferocity of the original. Hirslop, says Thompson, sent five sharks, one of them as gifts. (Here the article in the NYT with the story of the replacement of the shark).

What happened to the four other sharks? I actually counted at least five. Here they are:

The Immortal (1997-2005)

Damien Hirst, The Immortal (1997-2005)

The Wrath of God (2006)

Damien Hirst, The Wrath of God (2006)

Death Explained (2007)

Damien Hirst, Death Explained (2007)

Death Denied (2008)

Damien Hirst, Death Denied (2008)

The Kingdom (2008)

Damien Hirst, The Kingdom (2008)

Then as I know, there is at least a work created instead wiht a shark, whit a fish-hammer:

Fear of Flying (2008-2009)

Damien Hirst, Fear of Flying (2008-2009) Damien Hirst, Fear of Flying (2008-2009)

L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI DAVID HOCKNEYTHE IMPORTANCE OF BEING DAVID HOCKNEY

Sono stato a vedere “A Bigger Picture”, la mostra di David Hockney alla Royal Academy di Londra. Era l’ultimo giorno di apertura e ho dovuto fare un’ora di coda per entrare. Ma ne è valsa la pena. Mi hanno colpito alcune cose. Sintenticamente:

1) L’energia creativa che può avere un’artista a 75 anni. La forza di reggere le immense pareti della Royal Accademy con tele giganti o infinite serie di disegni uno diverso dall’altro. La controllata bulimia pittorica che si può permettere di ripetere uno stesso soggetto all’infinito senza per questo stancare chi guarda. È un’energia che due grandi (più grandi di lui) come Lucian Freud e Gerhard Richter mi sembrano non abbiano.
2) La questione dei disegni con l’iPad. Visto il risultato lo strumento mi pare assolutamente marginale. È vero: sono più belli visti su schermo piuttosto che stampati. Ma in fondo lo schermo è come una lightbox, un po’ un effetto speciale.

3) La polemica con Damien Hirst. È stato certamente un trucco promozionale (che ha funzionato). Ha funzionato soprattutto perché la mostra è bellissima. Al di là dell’argomento futile (Hockney fa le opere con le sue mani, Hirst no), avendo visto entrambe le mostre posso dire che questo match lo ha vinto Hockney. Bisogna dare a Hirst quel che è di Hirst: ha fatto delle opere che difficilmente si dimenticheranno. Tuttavia a questo punto della sua carriera mostra un momento di stanca (questo non vuol dire che la mostra della Tate non sia una grande mostra).

4) Mi colpisce come un’istituzione potenzialmente parruccona come la Royal Academy dimostri più coraggio della giovanilistica Tate Modern. Hockney dice che è stato contattato per questa mostra nel 2007 e che gli è stato chiesto chiesto esplicitamente di non fare una retrospettiva: volevano opere nuove. Se si va alla Tate Modern, invece, sembra che quella della retrospettiva sia una costante. Negli ultimi anni ho visto: John Baldessarri, Gerhard Richter, Yayoi Kusama e Damien Hirst. Tutti autori viventi a cui è stata chiesta una retrospettiva. Alle opere nuove era dedicata, sì e no, l’ultima stanza. È una scelta più che ragionevole per un’istituzione come la Tate, ma certamente meno coraggiosa. È vero anche che non tutti gli artisti hanno l’energia di Hockney.

5) L’ultima cosa che direi è questa: mi è capitato poche volte di uscire da una mostra d’arte contemporanea (e di pittura!) con il buon umore con cui sono uscito dalla Royal Accademy. Sarò forse sentimentale. Ma è stato come farsi una gita in campagna. Lontano dal “logorio della vita moderna”, direbbe la pubblicità del Cynar, guardando l’opera di Hockney si è costretti a una dimensione di contemplazione a cui non siamo abituati. Non so se sia un’arte da pensionati (ma comunque di altissimo livello). No, non penso sia questo. Certo fa impressione che ci sia una mostra così serena in questo cupo 2012.

Ecco alcuni disegni realizzati con l’iPad tratti dalla serie “The Arrival of Spring in Woldgate, East Yorkshire in 2011 (twenty-eleven)”:

DAMIEN HIRST: UNA MOSTRA A POIS, MA CHE BELLA NOVITÀDAMIEN HIRST: THE POIS BACK IN FASHION

damien hirst, spot paintings, gagosian gallery

Della folle mostra degli Spot Paintings di Damien Hirst nelle 11 gallerie di Larry Gagosian avevo parlato ad agosto qui. Secondo me tra tutte le pessime idee che che ha avuto Hirst questa è la migliore. In fondo questi quadri sono abbastanza innocui, un omaggio all’arte per l’arte. Avessi i soldi, uno di questi quadri io me lo appenderei volentieri in salotto. In fondo è facile abbinare con un divano dell’Ikea. Dico questo perché mi sembra ovvio che il vero Hirst non sia qui, ma altrove. L’ha spiegato bene Jerry Saltz su Art in America con un saggio intelligente che secondo me va al cuore della questione, in particolare quando scrive:

There’s a moment in the movie Blade Runner when Roy, the Nexus-6 replicant (a beautiful, nearly human android), finally finds the scientist-inventor who created him.  Roy asks what any of us might ask, could we confront our make:  why, after giving us life, do you have to take it away?  The slightly bemused scientist listens and then asks, “What seems to be the problem, Roy?” – to which Roy emphatically answers, “Death seems to be the problem! I want more life… fucker!”  In a nutshell, that’s what Damien Hirst’s work is all about – “more life.”

damien hirst, spot paintings, gagosian gallery

I wrote about the crazy exhibition of Damien Hirst’s Spot Paintings in the 11 galleriesof Larry Gagosian last August here. In my opinion among all the bad ideas that Hirst has had, this is the best. After all these paintings are quite harmless, a tribute to art for art’s sake. If I had the money, I were happy to hang one of these pictures in my living room. It is really easy to match them with a IKEA sofa. I say this because it seems obvious that the real Hirst is not here, but elsewhere. The Jerry Saltz explained it in a smart essay published on Art in America. I think that he goes to the heart of the matter, especially when he writes:

There’s a moment in the movie Blade Runner when Roy, the Nexus-6 replicant (a beautiful, nearly human android), finally finds the scientist-inventor who created him.  Roy asks what any of us might ask, could we confront our make:  why, after giving us life, do you have to take it away?  The slightly bemused scientist listens and then asks, “What seems to be the problem, Roy?” – to which Roy emphatically answers, “Death seems to be the problem! I want more life… fucker!”  In a nutshell, that’s what Damien Hirst’s work is all about – “more life.”

I MIEI APPUNTI SULLA FRIEZE ART FAIR 2011

I grandi assenti sono Damien Hirst e Jeff Koons. Erano anni che le loro opere la facevano la padrone degli stand delle gallerie più importanti. Quest’anno a Frieze Art Fair invece, no. Loro non ci sono e al loro posto in bella vista ci sono gli artisti del momento : Gerhard Richter, Ai Weiwei e Anish Kapoor. Il fatto è che questi ultimi nell’ultimo anno hanno presentato nuove opere di una certa importanza (il salto no-painting del tedesco, il Leviathan di Kapoor e la mostra alla Lisson per il cinese nominato numero 1 dell’Art Word da Art Review). I primi due no. Il 2011 per loro è stato l’anno del silenzio creativo (più per Koons che per Hirst, in verità) e così il mercato registra questa loro assenza. Le domande sono due : cosa staranno facendo di bello ? O meglio: di nuovo? Hirst riesce a far parlare di sé con gli Spot paintings (all’asta sia da Christie’s che da Sotherby’s e in mostra da White Cube), Koons invece sembra assente su tutta la linea. Tornerà o è andato in pensione come Cattelan ?

Pittura
Nell’anno del suo trionfo con la grande retrospettiva nei musei di Londra, Berlino e Parigi che lo incorona come il più grande pittore vivente, Gerhard Richter abbandona i pennelli. Almeno così sembra (parzialmente almeno) dalla mostra in corso da Marian Goodman a Parigi nella quale il pittore tedesco presenta delle grandi stampe digitali attraversate la mille strisce di colore parallele.  Per il resto la pittura non se la passa molto bene : nessuno ha il coraggio, la baldanza, la spregiudicatezza di fare quadri di grande respiro. Non è una novità certo. Ma quest’anno ho notato che a Londra la quantità di opere di pittura fosse più consistente rispetto agli ultimi due anni. Ci sono quindi questi due dati contrastanti : più pittura, ma più pittura stanca. Non è un caso che i due quadri più belli esposti in fiera fossero di due pittori morti : Jörg Immendorf e Sigmar Polke. Una nota : cosa succede con Cy Twombly ? Dalla fiera e dalle aste sono sparite le sue opere. Non così è per Lucian Freud. C’è un motivo ?

Gerhard Richter, Strip (CR 921-1), 2011, Digital print mounted between aluminium and perspex (Diasec) in two parts, 200x440cm.
Gerhard Richter, Strip (CR 921-1), 2011, Digital print mounted between aluminium and perspex (Diasec) in two parts, 200x440cm. (ndr : le righe nella realtà sono dritte).

Jörg Immendorf, untitled, 2006, oil on canvas, 250x300cm.
Jörg Immendorf, untitled, 2006, oil on canvas, 250x300cm.

Sigmar Polke, Siberian meteorites, 1988, artificial resin on polyester fabric, 300x255cm.
Sigmar Polke, Siberian meteorites, 1988, artificial resin on polyester fabric, 300x255cm.

Scultura e altro
Ma tornando a Frieze 2011: le due opere più forti (nel senso di provocatorie) sono del duo Elmgreen & Dragset. La prima mostra un bambino abbandonato in una culla davanti a una porta della camera 69 di un albergo fuori dalla quale è affisso l’avviso “please do not disturb”. La seconda riproduce un obitorio a grandezza naturale. Da uno degli scomparti d’acciaio spuntano un cadavere di donna coperto da un lenzuolo. Si vedono solo i piedi nudi e, accanto a essi, gli effetti pesonali della donna : una collana, un paio di scarbe e un Blackberry. Meno acuti di Cattelan, ma non meno ironici e spietati. Si rivede Nathalie Djurberg con una nuova animazione fatta per l’occasione. Non male. Ancora energica e immaginifica.

Elmgreen & Dragset
Elmgreen & Dragset

Nathalie Djurberg
Nathalie Djurberg

Nathalie Djurberg
Nathalie Djurberg

Fotografia
Oltre ai pittori anche i fotografi sono quasi sempre tedeschi. Cioè, sono tedeschi quelli che piacciono a me. Wolfgang Tillmans mi sembra tenere botta con alcuni pezzi belli anche se non innovativi (a lui perdono praticamente tutto), Andreas Gursky dà l’impressione che col passare del tempo sia sempre più compiaciuto. Di Thomas Ruff i galleristi hanno tirato fuori un paio di opere pixelate sull’11 settembre che non avevo mai visto (gli anniversari sono sempre gli anniversari). Taryn Simon c’è anche al Frieze (ha tenuto una conferenza giovedì), ma di lei vi parlerò in un altro post. Alla Biennale avevo notato la fotografa indiana Dayanita Singh e qui si conferma con un’opera molto interessante. Poi spopola Ryan McGinley con i suoi giovani nudi che fanno acrobazie in boschi illumninati da una irreale luce. C’è Darren Almond che mi è piaciuto molto. E infine l’intramontabile Luigi Ghirri. La presenza alla Biennale ci ha ricordato quanto sia grande. Mi pare sia l’unico grande nome italiano presente a questo Frieze.

Wolfgang Tillmans, Faltenwurf (grey), 2011.
Wolfgang Tillmans, Faltenwurf (grey), 2011.

Wolfgang Tillmans, Onion, 2010.
Wolfgang Tillmans, Onion, 2010.

Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007.
Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007.

Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007 (didascalia dell’opera).
Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007 (didascalia dell’opera).

I grandi assenti sono Damien Hirst e Jeff Koons. Erano anni che le loro opere la facevano la padrone degli stand delle gallerie più importanti. Quest’anno a Frieze Art Fair invece, no. Loro non ci sono e al loro posto in bella vista ci sono gli artisti del momento : Gerhard Richter, Ai Weiwei e Anish Kapoor. Il fatto è che questi ultimi nell’ultimo anno hanno presentato nuove opere di una certa importanza (il salto no-painting del tedesco, il Leviathan di Kapoor e la mostra alla Lisson per il cinese nominato numero 1 dell’Art Word da Art Review). I primi due no. Il 2011 per loro è stato l’anno del silenzio creativo (più per Koons che per Hirst, in verità) e così il mercato registra questa loro assenza. Le domande sono due : cosa staranno facendo di bello ? O meglio: di nuovo? Hirst riesce a far parlare di sé con gli Spot paintings (all’asta sia da Christie’s che da Sotherby’s e in mostra da White Cube), Koons invece sembra assente su tutta la linea. Tornerà o è andato in pensione come Cattelan ?

Pittura
Nell’anno del suo trionfo con la grande retrospettiva nei musei di Londra, Berlino e Parigi che lo incorona come il più grande pittore vivente, Gerhard Richter abbandona i pennelli. Almeno così sembra (parzialmente almeno) dalla mostra in corso da Marian Goodman a Parigi nella quale il pittore tedesco presenta delle grandi stampe digitali attraversate la mille strisce di colore parallele.  Per il resto la pittura non se la passa molto bene : nessuno ha il coraggio, la baldanza, la spregiudicatezza di fare quadri di grande respiro. Non è una novità certo. Ma quest’anno ho notato che a Londra la quantità di opere di pittura fosse più consistente rispetto agli ultimi due anni. Ci sono quindi questi due dati contrastanti : più pittura, ma più pittura stanca. Non è un caso che i due quadri più belli esposti in fiera fossero di due pittori morti : Jörg Immendorf e Sigmar Polke. Una nota : cosa succede con Cy Twombly ? Dalla fiera e dalle aste sono sparite le sue opere. Non così è per Lucian Freud. C’è un motivo ?

Gerhard Richter, Strip (CR 921-1), 2011, Digital print mounted between aluminium and perspex (Diasec) in two parts, 200x440cm.
Gerhard Richter, Strip (CR 921-1), 2011, Digital print mounted between aluminium and perspex (Diasec) in two parts, 200x440cm. (ndr : le righe nella realtà sono dritte).

Jörg Immendorf, untitled, 2006, oil on canvas, 250x300cm.
Jörg Immendorf, untitled, 2006, oil on canvas, 250x300cm.

Sigmar Polke, Siberian meteorites, 1988, artificial resin on polyester fabric, 300x255cm.
Sigmar Polke, Siberian meteorites, 1988, artificial resin on polyester fabric, 300x255cm.

Scultura e altro
Ma tornando a Frieze 2011: le due opere più forti (nel senso di provocatorie) sono del duo Elmgreen & Dragset. La prima mostra un bambino abbandonato in una culla davanti a una porta della camera 69 di un albergo fuori dalla quale è affisso l’avviso “please do not disturb”. La seconda riproduce un obitorio a grandezza naturale. Da uno degli scomparti d’acciaio spuntano un cadavere di donna coperto da un lenzuolo. Si vedono solo i piedi nudi e, accanto a essi, gli effetti pesonali della donna : una collana, un paio di scarbe e un Blackberry. Meno acuti di Cattelan, ma non meno ironici e spietati. Si rivede Nathalie Djurberg con una nuova animazione fatta per l’occasione. Non male. Ancora energica e immaginifica.

Elmgreen & Dragset
Elmgreen & Dragset

Nathalie Djurberg
Nathalie Djurberg

Nathalie Djurberg
Nathalie Djurberg

Fotografia
Oltre ai pittori anche i fotografi sono quasi sempre tedeschi. Cioè, sono tedeschi quelli che piacciono a me. Wolfgang Tillmans mi sembra tenere botta con alcuni pezzi belli anche se non innovativi (a lui perdono praticamente tutto), Andreas Gursky dà l’impressione che col passare del tempo sia sempre più compiaciuto. Di Thomas Ruff i galleristi hanno tirato fuori un paio di opere pixelate sull’11 settembre che non avevo mai visto (gli anniversari sono sempre gli anniversari). Taryn Simon c’è anche al Frieze (ha tenuto una conferenza giovedì), ma di lei vi parlerò in un altro post. Alla Biennale avevo notato la fotografa indiana Dayanita Singh e qui si conferma con un’opera molto interessante. Poi spopola Ryan McGinley con i suoi giovani nudi che fanno acrobazie in boschi illumninati da una irreale luce. C’è Darren Almond che mi è piaciuto molto. E infine l’intramontabile Luigi Ghirri. La presenza alla Biennale ci ha ricordato quanto sia grande. Mi pare sia l’unico grande nome italiano presente a questo Frieze.

Wolfgang Tillmans, Faltenwurf (grey), 2011.
Wolfgang Tillmans, Faltenwurf (grey), 2011.

Wolfgang Tillmans, Onion, 2010.
Wolfgang Tillmans, Onion, 2010.

Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007.
Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007.

Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007 (didascalia dell’opera).
Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007 (didascalia dell’opera).

JAY JOPLING: LA MONTATURA NERA CON IL GALLERISTA INTORNO

Martedì sera Jay Jopling ha inaugurato la nuova sede di Bermondsey Street (la terza a Londra) della sua White Cube: si tratterebbe del più grande spazio espositivo privato d’Europa. Ci sono stato. È davvero grande. Tutto bianco. E grande. Molto. Si sentiva ancora l’odore della pittura sui muri. Comunque l’Independent gli ha fatto un bel ritrattone dal titolo: “Jay Jopling: Big space, big art, big ego” sottolineando il fatto che qui tutti parlano di crisi del mondo dell’arte e questo ragazzone di 48 anni sembra non aver paura di niente e non lascia ma raddoppia.

L’intervista dà alcuni spunti tra il serio e il faceto (leggi: gossip) magari stranoti ma che val la pena ripetere in onore di JJ:

1) Figlio del barone Michael, esponente di spicco dei Tory, si appassiona all’arte durante gli studi a Eton leggendo il libro di Gilbert and George “Dark Shadow” (1974).

2) Negli anni ’80 ha una relazione con Maia Norman, una fashion designer. È lei a presentargli Damien Hirst. A conquistare Maia, però, è proprio Hirst che la sposerà e con lei avrà tre figli.

3) Fonda la galleria White Cube nel 1993. A ispirargli il nome è un libro dello scrittore e artista irlandese Brian O’Doherty  dal titolo “Inside the White Cube: Ideologies of the Gallery Space”.

4) Nel 1997 sposa l’artista Sam Taylor-Wood dalla quale ha due figlie. Nel 2008 divorziano pare a causa di un breve flirt che Joplin ha avuto con la cantante Lily Allen, 22 anni più giovane di lui e figlia di un suo caro amico, l’attore Keith Allen.

5) Dopo la sede storica di Manson’s Yard, nel 2000 apre quella di Hoxton Square, nel 2011 in Bermondsey Street e l’anno prossimo sarà la volta di Hong Kong.

Jopling con (da sinistra) Sam Taylor-Wood, Hugh Grant and Lulu
Jopling con (da sinistra) Sam Taylor-Wood, Hugh Grant and Lulu
Jay Jopling Tracey Emin
Con Tracey Emin

Ps: le mostre alla nuova sede di Bermondsey Street, nonostante i nomi, non sono nulla di che.

LA FOLLE MOSTRA DEGLI SPOT PAINTING DI HIRST DA GAGOSIAN

La parodia di Bansky degli Spot Paintings di Damien Hirst
La parodia di Bansky degli Spot Paintings di Damien Hirst

Il NYT riferisce che all’inizio dell’anno prossimo Damien Hirst appalterà in contemporanea tutte le undici gallerie di Larry Gagosian sparse per il mondo (Los Angeles, New York, Londra, Parigi, Ginevra, Londra, Roma, Atene e Hong Kong) per un’unica mostra dedicata ai suoi famigerati quadri a pallini, titolo: “Damien Hirst: The Complete Spot Paintings 1986-2011”.
Originariamente gli “Spot paintings” nascono come dipinti su muro realizzati direttamente nelle case dei collezionisti, successivamente l’idea è stata ripresa in diverse varianti e dimensioni (immensi quelli esposti alla grande mostra al Museo Oceanografico di Monaco). Hirst in passato aveva affermato che questi quadri erano tutti parte di un’unica grande opera concettuale senza fine. I dipinti sono stati realizzati da collaboratori e Hirst racconta che una volta la più brava di questi collaboratori nel momento di cambiare lavoro chiese di avere una di queste opere in regalo. Hirst le chiese come mai volesse uno di quei quadri visto che era più brava di lui a realizzarli, lei rispose: “Perché se li rifacessi io fuori di qui non sarebbero più degli Hirst”.
Come afferma The Art Market Monitor questa mostra, intitolata “complete spot paintings” dovrebbe chiarire uno dei misteri legati all’opera di Hirst: quanti Spot Paintings sono stati realizzati fino ad oggi? Si dice infatti che ne siano stati realizzati circa un migliaio, ma il NYT dice che in mostra ce ne saranno circa 300 e solo la metà saranno in vendita. Un’operazione simile seminerà il panico tra i collezionisti. Le opere che non saranno inserite in mostra (e nel catalogo che Gagosian ha annunciato) saranno infatti considerate dei falsi o giù di lì. Tutti i collezionisti, quindi, sgomiteranno per far inserire la propria. E se davvero si scoprirà che le opere del ciclo non sono mille ma trecento i prezzi, che oggi si aggirano tra i 100mila e 1,7 milioni, potrebbero anche triplicare. A dimostrare lo scompiglio creato dall’anticipazione del NYT sta il fatto che a meno di 24 ore dall’articolo Gagosian ha pubblicato un comunicato stampa sul suo sito alla fine del quale riporta con precisione tutti i recapiti delle sue gallerie con email e numero di telefono e per l’occasione ha creato un’email ad hoc per la mostra: spots@gagosian.com. Come dire: i collezionisti hanno già preso d’assalto i centralini…

Tra l’altro: Hirst sostiene che sta facendo realizzare uno Spot Painting con un milione di pallini e occorreranno nove anni per realizzarlo. Un’altra boutade delle sue?

LUI È RISORTO E ANCHE IO MI SENTO MOLTO MEGLIO

Buona Pasqua a tutti. Visto come sono andate le cose – dico quel che è accaduto il primo giorno dopo il sabato – possiamo tornare più serenamente su questioni controverse riguardanti la Settimana Santa che si era aperta, quest’anno, con il fattaccio accaduto ad Avignone dove cosiddetti “fondamentalisti cattolici” hanno danneggiato a colpi di martello l’opera “Piss Christ” di Andres Serrano esposta alla Galerie Lambert. Il sospetto che la vicenda più che a valutazioni artistiche sia legata a strategie politiche in vista delle vicine elezioni è abbastanza fondato. Va detto, però, che Serrano deve a quest’opera, la fotografia di un crocifisso immerso nell’urina, parte della sua celebrità visto che già negli anni 80 le polemiche varcarono le porte del Congresso americano. Eppure il “Piss Christ” non mi pare neanche la sua opera più scandalosa e di cattivo gusto (a me, ad esempio, dà più fastidio l’immagine della suora che si masturba).

Andres Serrano, Piss Christ, Avignone, 2011

Detto questo ci sono tre osservazioni interessanti da fare riguardo a questa vicenda:

1) In un’intervista a Liberation Serrano risponde così al giornalista che gli chiede del significato del “Piss Christ”:

“The artists do not tell the meaning of their pictures. If the meaning is that obvious, it is not art any more, it becomes propaganda. The crucifix is simply a common object, that we take for granted. It is minimal. If my work draws attention and creates a debate, it is also a good way to remind people of the horrors the Christ went through”.

2) Tempo fa, a chi gli chiedeva come mai gli artisti contemporanei insistessero sull’uso di simboli cristiani per le loro opere non proprio da sacrestia, Damien Hirst rispondeva:

“Prendiamo quei simboli perché sono gli unici simboli che abbiamo”.

3) Nelle sue conversazioni con Luca Doninelli, Giovanni Testori a un certo punto afferma:

“Non voglio dire che l’artista moderno non abbia dimenticato Dio. C’è chi l’ha dimenticato, chi non l’ha dimenticato, chi si dice ateo, chi no. Quello che voglio dire è che l’artista moderno non è riuscito a togliersi dai piedi Gesù Cristo”.

APPUNTI DA UNA GITA A FIRENZE PER VEDERE IL TESCHIO DI HIRST

Sono andato a Firenze anche per vedere “For The Love of God”, il teschio di Damien Hirst tutto tempestato di diamanti. A parte il fatto che sono capitato a Firenze il giorno dello sciopero generale dei musei e che dunque non sono riuscito quel che d’altro volevo vedere, la gita ha serbato delle sorprese positive. La prima è che il teschio è davvero un oggetto sensazionale. La qualità dell’esecuzione è altissima. Vederlo dal vivo spazza tutti – o quasi – i pensieri che si potevano avere prima. Le riproduzioni, mai come in questo caso, tradiscono l’originale visto dal vivo. L’altra sorpresa è Palazzo Vecchio, dentro il quale non ero mai entrato.
Ecco tre cartoline del dopo-teschio-di-hirst: Palazzo Vecchio, Firenze, 2010
Palazzo Vecchio, Firenze, 2010
Palazzo Vecchio, Firenze, 2010

FOR THE LOVE OF GOD, HIRST ENTRA A PALAZZO VECCHIO

Damien Hirst, For the love God, Palazzo Vecchio, studiolo di Francesco I, FirenzeDomani inaugura a Firenze a Palazzo Vecchio, nello studiolo di Francesco I de’ Medici, l’esposizione di “For the love of God” di Damien Hirst.

Un paio d’anni fa sul Giornale del Popolo di quest’opera avevano parlato Francesco Gesti e Davide Dall’Ombra. Scrissero cose interessanti come queste:

Francesco Gesti: Hirst è anche quello che ha tenuto impegnato un gruppo di esperti in giro per le cave del mondo alla ricerca dei diamanti più puri che poi, nelle mani di orafi, sono stati incastonati in un teschio di platino che gioca alla morte una beffa nel lusso estremo: For the Love of God ha il primato di essere l’opera d’arte contemporanea con i costi di realizzazione più alti della storia.

Davide Dall’Ombra: Bisogna dire che opere come queste hanno naturalmente un forte carattere provocatorio, ma che il loro significato non si limita a questo, lui stesso ha l’ambizione di mettere le persone di fronte alle “questioni fondamentali della propria vita”, di fronte alle quali non si sente in grado di dare risposte “eterne”, ma solo obbligato a farle emergere quali sono, ossia domande sempre aperte, questioni eterne, appunto. E, proseguendo nella stessa intervista di Robert Ayers, alla domanda di quale siano queste questioni eterne, Hirst, citando un’opera di Gauguin, non lascia dubbi: «Da dove veniamo? Chi siamo? Dove stiamo andando? Penso siano queste le grandi questioni dell’arte e molti artisti si pongono queste domande e cercano di dare ad esse una parvenza di risposta, qualche suggerimento per trovarla…» e non mi sembra una dichiarazione da poco, anche perché stare di fronte a queste domande porta Hirst ad amare ancora di più la vita e il suo lavoro: «Ma alla fine della giornata, anche l’arte non può che dire: “Non è grande la vita?!”. Questo è il massimo che si possa ottenere dall’arte».

L’intero dialogo lo trovate qui.