I “NOVISSIMI” DI ROBERT IRWIN E JAMES TURRELL A VILLA PANZA

Robert Irwin, Varese scrim, 2013, Villa Panza, Varese
Robert Irwin, Varese scrim, 2013

Sono stato a Villa Panza per AISTHESIS – All’origine delle sensazioni la mostra Robert Irwin e James Turrell curata da Michael Govan e Anna Bernardini. La prima cosa da dire è che si tratta di una grande mostra. La seconda è un consiglio: scegliete una bella giornata di sole, e se andate in questo periodo, mettetevi un paio di calze di lana spessa. Vi godrete di più le opere.

È una grande mostra perché

  • Ci sono delle opere davvero importanti
  • La ricostruzione della vicenda dei due artisti e del loro, fondamentale, rapporto con il conte Panza è realizzata con poche parole e molti documenti
  • L’allestimento è chiccosissimo

Irwin e Turrell sono due grandi vecchi e le loro prime intuizioni degli Anni Sessanta li hanno consegnati alla storia, ma loro traiettoria è ancora tesa e la forza delle ultime opere ci dice che continuano ad essere protagonisti assoluti nel panorama dell’arte di oggi. Penso che questo dipenda dai robustissimi presupposti teorici piantati quasi cinquant’anni fa. Questo vale soprattutto per Turrell che ha dovuto attendere che la maturazione della tecnologia gli permettesse di realizzare progetti concepiti sulla carta diverso tempo fa. La mostra al Guggenheim di New York, che purtroppo non ho visto, è certamente uno degli eventi del 2013 che nessuno si è preso la briga di sottolineare nelle scorse settimane, come sarebbe stato il caso.

Alla fine della mostra ho preso un caffè con un giovane gallerista che mi parlava con sospetto della necessità –  a suo giudizio soprattutto italiana – di andare a cercare a tutti i costi i significati profondi e «spirituali» [parola che io tendo a non usare] dell’arte. Io ho risposto che il valore di un artista si misura anche con l’ambizione da cui parte il suo lavoro e la profondità dei temi affrontati è certamente parte di tale ambizione. Non si può negare che la dimensione «spirituale» o trascendente sia uno dei temi più profondi che un’artista possa affrontare. Ma per scoprire la dimensione «spirituale» di un lavoro, legata in un modo o nell’altro alle domande sul senso delle cose, occorre che l’artista abbia seminato davvero elementi concreti che permettano una lettura di questo genere. Magari non intenzionalmente o escludendolo esplicitamente. Dan Flavin, ad esempio, negava qualsiasi contenuto spirituale alle sue opere con i neon, eppure Giuseppe Panza vedeva in esse una fortissima carica religiosa. Chi aveva ragione? Che elementi concreti aveva il conte per pensare così? Secondo me ne aveva tanti e questo conferma la forza del lavoro dei neon, capace di trascendere, qui è proprio il caso di dirlo, le intenzioni dello stesso Flavin.

E Irwin e Turrell? Per i curatori della mostra i due vanno all’origine delle sensazioni. Sensazioni non tanto intese come “sentimenti”. Il lavoro dei due californiani non nasce da una ricerca emotiva o psicologica, ma si concentra sul funzionamento dei sensi. Soprattutto in Turrell questo è evidente: il suo lavoro è tutto teso a raggiungere il “grado zero” della percezione. Come dire: noi facciamo esperienza della luce tutti giorni, ma questa esperienza è sempre legata a degli oggetti fisici su cui la luce si riflette in diversi modi mostrandoci i colori, Turrell invece ci vuole offrire l’esperienza della luce in quanto tale, dei colori in quanto tali. Potremmo definirli i “Novissimi” [le cose ultime] della percezione: luce e colore al loro stato puro. Chi non ha paura di porsi certe questioni, visitando questa mostra, non può non essere portato a pensare, anche solo tangenzialmente, ai veri “Novissimi”: la morte, il giudizio, il Paradiso e l’Inferno o comunque alla sfera che con essi ha a che fare. Perché, in fondo, come diceva san Tommaso d’Aquino: «Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu». Non c’è nulla nell’intelletto che prima non sia passato nei sensi.

James Turrell Ganzfeld, Varese 2013
James Turrell, Ganzfeld, Varese 2013

I COLORI DELLA POVERTÀ. LAWRENCE CARROLL SECONDO PANZA

Lawrence Carroll, mostra al Museo Correr, Venezia, 2008
Lawrence Carroll, mostra al Museo Correr, Venezia, 2008

 

Uno degli artisti che probabilmente (chissà, vediamo, sapremo il 14 maggio) sarà presente al Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia 2013 è Lawrence Carroll (Melbourne, 1954). Fu una delle passioni del conte Giuseppe Panza e alcune sue opere si possono vedere nella villa di Varese. Di lui Panza parla in Ricordi di un collezionista. Le parole del conte sulle intenzioni e i risultati di questo artista sono davvero uno dei punti più belli di tutto il libro. Eccone qualche stralcio.

 

«Il suo obiettivo è il condividere la vita dell’uomo e dell’umanità, e le sue sofferenze. L’individuo perso tra la folla della metropoli. La tristezza e la solitudine. Il bisogno di amore. L’esistenza delle persone rifiutate dalla società, che non hanno la forza per competere con gli altri per sopravvivere. (…)

Molti non hanno colpa del loro destino, della loro miseria. Anche per chi ha colpe, di chi sono le vere colpe? Non vi è giustizia che può sanare queste sofferenze, sono nascoste dentro l’imprevedibile destino di ognuno. Dove è una possibilità di salvezza? Lawrence Carroll non è un fotografo, non descrive la realtà che i nostri occhi vedono. La rappresenta in un modo che è più sostanziale, arriva all’essenza della realtà, dove nascono il bene e il male. Il piacere e il soffrire. Esplora il mondo invisibile della coscienza, l’attimo insostituibile e irripetibile dell’esistere. La metafora di quello che vediamo, prima che il reale diventi reale.

I colori, bianchi, grigi, gialli, più o meno scuri ma prevalentemente chiari, sono macchie, superfici dipinti su tela attaccata a un supporto di legno, di una cassa trovata per strada adattata a diventare un quadro con tre dimensioni. I colori e le forme della povertà.

È un’arte che si deve guardare con attenzione per scoprire una raffinata bellezza, nascosta tra colori smunti, senza rilievo, pallidi e tristi. Quando la si scopre, si prova una profonda emozione; la bellezza nascosta, non evidente, senza aggressività, è la bellezza che ha radici, che rientra nel nostro essere. Ci comunica una realtà sotterranea che è la condizione primordiale del nostro esistere. Ci mette in relazione con gli altri, con l’umanità, con tutti quelli che non vediamo, ma che vivono.  (…)

Carroll ha un forte interesse per un famoso pittore italiano, Giorgio Morandi, poco apprezzato in America, un artista che ha speso tutta la sua vita, dagli anni ’20 fino agli anni ’50, dipingendo una sola cosa: bottiglie. Un soggetto quanto mai modesto, insignificante. Ciononostante è stato un grande pittore. Condivido l’interesse di Carroll. Non vi sono eroi, o tristezze opprimenti, solo immagini domestiche della vita quotidiana. Credo che per questo mi coinvolga così tanto. Non interessano i grandi drammi, ma la vita della moltitudine che scompare senza lasciare traccia, ma vive. (…)

Le opere di Carroll esprimono intensamente ed efficacemente la realtà del dolore perché la sublimano con una rappresentazione metaforica di una realtà che diversamente sarebbe aggressiva e lacerante, troppo violenta per essere rappresentata. Oggi questo compito spetta ai fotografi della cronaca giornalistica o della televisione, che è generosa nell’informare su tante cose che sarebbe meglio non vedere. I soggetti di Carroll non sono gli episodi violenti: è la vita triste di chi non riesce a vivere come gli altri per tante ragioni, vizi, malattie mentali, disfunzioni del carattere, debolezza fisica. Spesso situazioni di povertà per l’improvvisa perdita del reddito e la difficoltà di rifarsi una vita. La miseria ha colori e forme apparentemente disordinate che l’artista utilizza e l’arte fonde in un’armonia nuova che stupisce per la sua bellezza. Stupisce chi è ancora capace di spogliarsi dei propri pregiudizi». 

(Giuseppe Panza, Memorie di un collezionista, Jaca Book, 2006)

Lawrence Carroll, mostra al Museo Correr, Venezia, 2008
Lawrence Carroll, mostra al Museo Correr, Venezia, 2008

C’ERA UNA VOLTA L’ARTE CONTEMPORANEA AL MEETING DI RIMINI

Meeting di Rimini, mostra di Francis Bacon, 1983
I quadri di Francis Bacon al Meeting di Rimini del 1983.

Si avvicina il Meeting di Rimini. Per curiosità mi sono andato a rivedere l’archivio delle passate edizioni. In particolare la sezione dedicata alle mostre. Mi ha molto colpito il numero di mostre dedicate all’arte contemporanea durante le prime edizioni della manifestazione ciellina. I nomi, poi, sono da pelle d’oca: Richard Long, Luigi Ghirri, Graham Sutherland, Francis BaconHenri Moore, James Turrell, Robert IrwinCarl Andre, Renato Guttuso… Tutti erano presenti con proprie opere. Molti nomi sono legati alla figura del Conte Panza. Altri a Giovanni Testori. Due figure completamente agli antipodi, eppure entrambi lì, al Meeting. Poi tanta fotografia di altissimo livello: chi in Italia conosceva Martin Parr? Chi aveva visto gli originali di Camera Work?

Una cosa è certa: allora il Meeting di Rimini era una sede espositiva di arte contemporanea di livello internazionale. Sarebbe bello ricominciasse ad esserlo.

Ecco l’elenco delle mostre di arte contemporanea e fotografia delle prime otto edizioni. Tanta roba.

1980

L’arte russa non ufficiale
a cura di Gleser Alexandre

Paesaggi interiori
mostra di Luigi Ghirri, Giovanni Chiaramonte, Piero Pozzi

La bellezza è piena di volti
mostra di Claudio Pastro

Personale di Vittorio Citterich

1981

Come un artista crea
foto di Elio Ciol su William Congdon

Il Cristo e le Crocifissioni
mostra di Graham Sutherland

Land art
mostra di Richard Long

1982

Il volto dell’uomo
a cura di Mario De Micheli

Arte come presenza
a cura di Mario Cappelletti, Mario De Micheli, Isa Ghianda, Stefano Peroni

La pittura come liturgia
mostra di Carmine Benincasa

1983

Il grido prima dell’orrore. Mostra di quadri di Francis Bacon
a cura di Giovanni Testori

Significati nel visibile
a cura di Giovanni Chiaramonte

L’arte concettuale: la scuola di New York
a cura di Giuseppe Panza

Il sacro nell’opera di Sassu
a cura di Giorgio Mascherpa

Henri Moore
a cura di Carmine Benincasa, Cleto Polcina

Spes contra spem. Opere di Renato Guttuso
a cura di Carmine Benincasa

1984

Action Painting
a cura di Fondazione Solomon Guggenheim

Carl Andre: Natura e razionalità
a cura di Giuseppe Panza

America addio: William Congdon pittore del mondo
a cura di Giuseppe Mazzariol

I due infiniti momenti della fotografia americana
a cura di Giovanni Chiaramonte

Documenti dell’arte americana dal 1950 al 1975
a cura di Giuseppe Panza

1985

Personale di George Segal
a cura di Daniel Berger

Via Crucis atomicae
mostra di Camilian Demetrescu

1986

Chagall monumentale
a cura di Sylvie Forestier, Brigitte Les Marq, Charles Les Marq

William Eugene Smith: Usate la verità come pregiudizio
a cura di John G. Morris

1987

Il Miserere di Georges Rouault

Il senso della spiritualità nell’arte di Guttuso

L’atelier Picasso
a cura di Charles Feld

Gaudì e il sacro
a cura di Maria Antonietta Crippa, Enrico Magistretti

Arte ambientale: James Turrell e Robert Irwin
a cura di Giuseppe Panza

Omaggio ad Andrej Tarkovskij
a cura di Nathan Fedorowskij

SPEGNETE QUEI DAN FLAVIN. SCOPRIRETE IL LORO SEGRETOTURN OFF THOSE DAN FLAVINS. YOU’LL DISCOVER THEIR SECRET

Le stanze di Villa Panza a Varese con le istallazioni di Dan Flavin hanno un segreto. Era una cosa tra l’artista americano e il Conte. Pochi altri ne erano a conoscenza. Poi, nel 2004, al fotografo Giovanni Chiaramonte chiedono di confrontarsi con gli spazi della villa. Gli enigmi della collezione sono tanti, ma questo poteva scioglierlo solo un fotografo. Chiaramonte notò che nelle stanze di Flavin entrava un raggio di luce da un piccolo foro sulla parete. Domandò al Conte a cosa servisse quel foro. E il vecchio collezionista rispose sornione: «Può capitare che la gente si senta oppressa dallo spazio, in quel caso può andare lì e guardare all’esterno…».  Si trattava senza dubbio di una balla solenne. Il fotografo osservò quei fori dell’esterno. Vide che le finestre erano oscurate con degli specchi verso l’esterno. Al che, l’istinto primordiale del fotografo gli fece dire: «È una camera oscura!». Flavin aveva trasformato le stanze di Villa Panza in grandi camere oscure e quei buchi alle pareti non potevano essere altro che dei fori stenopeici… Fece spegnere i neon e, come per magia, il paesaggio esterno comparve capovolto sulle pareti opposti ai fori. Fotografò quel fenomeno e lo inserì nella serie Di_stanze che pubblicò quell’anno sulla rivista Lotus Navigator. Qui sotto quattro foto di quel progetto. Nelle prime due, le stanze viste come appaiono di solito. Nelle seconde due, le stesse stanze con i neon spenti. Non c’è trucco non c’è inganno.

In fondo il minimalismo di Flavin aveva davvero nostalgia dell’immagine…

Per chi non c’è mai stato e per chi ha voglia di rivedere queste opere con occhi nuovi ci vediamo a Villa Panza giovedì 26 luglio per la visita guidata organizzata da Tracce e l’Associazione Testori.

Giovanni Chiaramonte, D_Stanze, 2004. Dan Flavin, Villa Panza
© Giovanni Chiaramonte, 2004

Giovanni Chiaramonte, D_Stanze, 2004. Dan Flavin, Villa Panza
© Giovanni Chiaramonte, 2004
Giovanni Chiaramonte, D_Stanze, 2004. Dan Flavin, Villa Panza
© Giovanni Chiaramonte, 2004
Giovanni Chiaramonte, D_Stanze, 2004. Dan Flavin, Villa Panza
© Giovanni Chiaramonte, 2004

The rooms of Villa Panza in Varese with installations by Dan Flavin have a secret. It was something between the American artist and Count Panza. Few others knew about it. Then, in 2004, the photographer Giovanni Chiaramonte is asked to deal with the spaces of the villa. The enigmas in the collection are many, but this could be dissolved by a photographer. Chiaramonte noticed that in Flavin’s room a beam of light enter from a small hole on the wall. He asked the Count what it was for. And the old collector replied slyly, “It can happen that people feel oppressed by the space, in that case they can go there and look outside…”. It was certainly a solemn fib. The photographer watched those holes from outside. He saw that the windows were obscured with mirrors. The primal instinct of the photographer made him say: “It’s a dark room!”. Flavin had transformed the rooms of Villa Panza in big dark rooms, and those holes on the walls could not be other than the pinhole… He turned off the neon lights and, like magic, the outdoor landscape appeared upside down on the walls opposite the holes. He photographed the phenomenon and inserted it in the series Di_stanze in the published in Lotus Navigator. Below four photos of that project. In the first two, the rooms are seen as usually. In the latter two, we see the same rooms with the neon off. There is no trick.

After all, Flavin’s minimalism had really nostalgia of the image…

Giovanni Chiaramonte, D_Stanze, 2004. Dan Flavin, Villa Panza
© Giovanni Chiaramonte, 2004

Giovanni Chiaramonte, D_Stanze, 2004. Dan Flavin, Villa Panza
© Giovanni Chiaramonte, 2004
Giovanni Chiaramonte, D_Stanze, 2004. Dan Flavin, Villa Panza
© Giovanni Chiaramonte, 2004
Giovanni Chiaramonte, D_Stanze, 2004. Dan Flavin, Villa Panza
© Giovanni Chiaramonte, 2004

COSÌ IL CONTE PANZA PERSE LA TESTA PER ANTONI TÀPIESTHAT’S WHY COUNT PANZA FELL IN LOVE WITH ANTONI TÀPIES

Antoni Tàpies, Matèria en forma de peu, 1965, Mixed media on canvas,  130 x 162 cm.
Matèria en forma de peu, 1965, Mixed media on canvas, 130 x 162 cm.

È morto a Barcellona Antoni Tàpies. Aveva 89 anni. Di lui il conte Giuseppe Panza scrisse, nella sua autobiografia, queste righe meravigliose.

«Mai nella storia dell’umanità vi erano stati tanti morti in mezzo secolo (tra il 1914 e il 1945, ndr). La ragione, avendo perso la sudditanza a una legge superiore, poteva giustificare ogni delitto. Se gli intellettuali russi non erano consenzienti a una rigida obbedienza ideologica era giusto eliminarli, se la classe borghese non poteva essere collettivistica doveva essere distrutta, se gli ebrei non potevano essere dei sinceri nazionalisti dovevano essere bruciati in un forno. Quando non esiste più l’attesa di un altro mondo, e vi è solo questo mondo, il fine giustifica i mezzi ; se la felicità è solo in terra, deve essere realizzata a ogni costo.
Tàpies esprimeva la crisi, lo smarrimento di questo modo di pensare. Era più che mai intensa la necessità di uscire da questa spirale distruttiva per trovare altre certezze, altre speranze.
I suoi quadri avevano i colori del deserto, dove non vi è vita, di una terra aggrovigliata da convulsioni scomparse da tempo, con qualche raro segno di una remota presenza umana, come se i viventi avessero rinunciato a esistere nell’attesa di un’imminente apocalisse. L’attesa di qualcosa di straordinario, che doveva venire, forse terribile, forse la salvezza».

Giuseppe Panza, Ricordi di un collezionista, Jaka Book, 2006 (pp 58-59)

Antoni Tàpies, Matèria en forma de peu, 1965, Mixed media on canvas,  130 x 162 cm.
Matèria en forma de peu, 1965, Mixed media on canvas, 130 x 162 cm.

Antoni Tapies is dead today in Barcellona. He was 89. Count Giuseppe Panza wrote these beautiful lines on him:

«Never in human history there were many dead in half a century (between 1914 and 1945, ed). The Reason, having lost her subjection to a higher law, could justify every crime. If the Russian intelligentsia were not consenting to a rigid ideological obedience was right to remove it, if the middle class could not be collectivist had to be destroyed, if the Jews could not be of sincere nationalists were to be burned in a furnace. When there is no longer the expectation of another world, and there is only this world, the goal justifies the means, if happiness is on earth, must be made ​​at any cost.
Tàpies expressed the crisis, the loss of this way of thinking. It was more intense than ever the need to get out of this destructive spiral to find other certainties, other hopes.
His paintings had the colors of the desert, where there is no life, a land oftangled long gone by convulsions, with some rare sign of a remote human presence, as if they had given up living there while waiting for an imminent apocalypse. The expectation of something extraordinary, who was to come, perhaps terrible, even salvation».

Giuseppe Panza, Ricordi di un collezionista, Jaka Book, 2006 (pp 58-59)

ROTHKO: “NO, PER FAVORE, NON ILLUMINATELI CON GLI SPOT”

Ho già scritto sulla mostra alla Whitechapel Gallery intitolata “Rothko in Britain”. Ora che l’ho vista ci torno per aggiungere altri particolari curiosi.

La mostra è ospitata in una sola piccola stanza al secondo piano della galleria. Su una parete c’è il quadro “Light Red Over Black” (1957) che è il primo dipinto comprato da un’istituzione inglese al pittore americano. In una delle teche a fianco è esposto il carteggio che l’allora direttore della Tate Gallery, Norman Reid, intrattenne tra l’aprile e il giugno del 1959  con il gallerista di Rothko (Sidney Janis Gallery) per concludere l’affare. Il prezzo sarebbe stato di 5000 dollari, ma visto che erano quelli della Tate il gallerista accordò uno sconticino del 10 per cento.

Sull’altra parete sono esposte le foto in bianco e nero di Sandra Lousada che fu chiamata a documentare l’allestimento. Allora giovane fotografa era abituata a fotografare in bianco e nero, però quel giorno si portò anche dei rullini a colori. Con due macchine, una col bn e l’altra col colore, immortalò la grande mostra. Peccato che il curatore della mostra Bryan Robertson perse i negativi a colori, così di quella serie ne è rimasta negli archivi soltanto una.

Sulla stessa parete c’è un documento davvero interessante: è il foglio dattiloscritto con le indicazioni dettate da Rothko per l’allestimento della mostra. Io ne ho trascritto solo una parte perché dalla foto che ho fatto col cellurare non si capisce tutto (per i più curiosi ecco la foto: ).

WALLS: Walls should be made considerably off-white with umber and warmed by a little red. If the walls are too white, they are aleways fighting against the pictures which turn greenish because of the predominante of red in the pictures.

LIGHTS: The light, whether natural or artificial should not be too strong: the pictures have their own inner light and if there is too much light, the color in the picture is washed out and a distortion of ther look occurs. The ideal situation would be to hang them in a normally lit room – that is the way they were painted. They should not be over-lit or romanticized by spots; this results is a distortion of their meaning. They should either be lighted from great distance or indirectly by casting lights at the ceiling of the floor. Above all, the entire picture should be evenly lighted and not strongly.

Ultima cosa (che però non c’è in mostra). Durante il suo soggiorno in Gran Bretagna Rothko incontrò Giuseppe Panza che si interessò a cinque delle tele in un primo momento progettate per il ristorante Four Season di New York, i cosiddetti “Seagram Murals”. L’idea del conte, infatti, era quella di dedicare tutta la Villa di Biumo alle opere di Rothko. Panza in seguito diede perfino un acconto per quei quadri (circa 40mila dollari), ma poi la cosa non andò in porto e il Conte chiese di avere due tele “normali” (i Seagram costavano allora 20mila dollari l’uno).

In mostra ci sono proprio i documenti relativi alla trattativa della Tate per avere i “Seagram Murals”. L’ultima lettera è scritta dal direttore  Norman Reid nella quale scrive al suo interlocutore americano che i quadri tanto attesi erano arrivati a Londra lo stesso giorno in cui giunse se questa sponda dell’Oceano la notizia della morte di Rothko.