Nella vita di Grossman il destino di un libro

SU UNA MOSTRA E UN CONVEGNO A CENT’ANNI DALLA NASCITA

Giornale del Popolo, 21 gennaio 2006

Se oggi possiamo leggere il capolavoro di Vasilij Grossman Vita e destino lo dobbiamo a uomini e donne coraggiosi che molto hanno rischiato per strappare dall’oblio quello che numerosi studiosi di letteratura ritengono il più importante romanzo russo del XX secolo. La vicenda di come il manoscritto di Grossman riuscì ad essere pubblicato in Occidente è quasi una spy-story con tanto di agenti segreti e microfilm. Tutto inizia quando il 14 febbraio 1961 gli agenti del KGB sequestrano il manoscritto e tutte le copie dattiloscritte di “Vita e destino”, gli appunti, la carta carbone e i nastri della macchina per scrivere. Ma prima del blitz in casa sua, Grossman aveva affidato due copie dattiloscritte a persone fidate. La prima, in bella copia battuta a macchina, a Semen Lipkin. La seconda, sempre battuta a macchina ma con molte correzioni autografe, a Viaceslav Ivanovic Loboda. Dopo la morte di Grossman nel 1965, Lipkin tenta di riportare clandestinamente la sua copia in Occidente. Ne vengono fatti due microfilm: il primo da Vladimir Voinovich e il secondo da Andrei Sacharov e sua moglie Elena Bonner nel laboratorio clandestino che si trovava nel gabinetto della loro casa di Mosca. Nel 1978, Rosemarie Ziegler, ricercatrice austriaca in slavistica, passa il confine nascondendo i due microfilm in una scatola non più grande di un pacchetto di sigarette. A Parigi la scatola viene consegnata a Efir Etkind un illustre critico e filologo cacciato dal regime di Mosca per aver aiutato Solzenicyn.
I microfilm a Losanna
Nessuno in Francia vuole pubblicare l’ennesimo “romanzo di guerra”. Lo fa invece in Svizzera l’editore serbo di Losanna Vladimir Dimitrievic che conosceva l’esistenza del romanzo e che, in possesso dei microfilm, si butta anima e corpo nel lavoro di pubblicazione del libro. Ci vollero due mesi per decifrare il testo delle oltre mille pagine e un accurato lavoro filologico per integrare il contenuto delle due versioni, lavoro che non permise però di ricostruire completamente tutte le parti del romanzo. In quel periodo Dimitrievic, per paura del Kgb, girava con i microfilm sempre in tasca, giorno e notte. Con diverse lacune, nel 1980, l’Âge d’Homme pubblica la prima edizione in russo di “Vita e destino” dalla quale vennero tradotte le prime edizioni in francese (L’Âge d’Homme, 1981) e in italiano (Jaca Book, 1982). Nel 1988 il libro approda finalmente in Russia. Per colmare le lacune della versione dei microfilm di Lipkin si è dovuto aspettare che l’altra versione, quella più completa con le ultime correzioni dell’autore, fosse consegnata agli eredi di Grossman e pubblicata a Mosca nel 1990 con la dicitura “Secondo il manoscritto dell’autore”.
Una mostra a Torino
I microfilm sono stati mostrati da Dimitrievic, la settimana scorsa, al convegno internazionale per il centenario della nascita di Grossman, organizzato a Torino dal “Centro Culturale Piergiorgio Frassati” e dalla “Fondazione Arte Storia Cultura Ebraica a Casale Monferrato” che pure hanno allestito una bellissima mostra su “Vita e destino” al “Museo diffuso della Resistenza” di Corso Valdocco. Esposizione e convegno, come ha notato lo scorso 12 dicembre all’inaugurazione della mostra il figlio adottivo di Grossman Fedor Guber, sono stati le uniche iniziative al mondo che hanno ricordato l’anniversario di un autore del quale, forse, ancora troppo poco si parla. Vasilij nasce nel 1905 a Berdicev da una famiglia ebrea e studia da chimico. Inizia a scrivere, come si faceva sotto il regime di Stalin, con l’incoraggiamento di Gorkij; pubblica scritti impregnati della dottrina stalinista. La sua fede nel comunismo è totale; egli si abitua con facilità agli arresti di amici, parenti e personaggi pubblici di indubbio valore. Partecipa alla guerra e alla battaglia di Stalingrado come corrispondente di “Stella rossa”, il giornale dell’esercito e partecipa alla liberazione del lager nazista di Treblinka che gli ispira un celebre racconto. Dopo la guerra, collabora alla stesura de Il libro nero, una dettagliata ricostruzione del genocidio della popolazione ebraica nei territori sovietici occupati. Attraverso queste esperienze, tra cui la scoperta dell’uccisione della madre da parte dei nazisti, Grossman prende coscienza della propria identità ebraica e inizia ad accorgersi dell’antisemitismo propugnato dall’intellighenzia sovietica. Le certezze di Grossman cominciano a venir meno e il fascino per il comunismo svanisce.
Uomini veri a Stalingrado
Decide dunque di mettere mano all’opera colossale che diventerà “Vita e destino” e che lo impegna dal 1955 al 1960. Sceglie di ambientare la storia durante la battaglia di Stalingrado: «Ogni epoca – si legge nel romanzo – ha la sua città che la rappresenta al mondo e ne custodisce l’anima e la volontà. Stalingrado fu questa città per un certo periodo della seconda guerra mondiale». La mostra propone numerose fotografie d’epoca della città durante e dopo l’assedio; immagini, concesse dal “Museo Statale Centrale di Storia Contemporanea Russa”, che riescono a rievocare la tragedia di una delle più drammatiche e epiche battaglie della seconda guerra mondiale. È nell’inferno di questo assedio che Grossman scopre il volto ultimo della libertà che per lui consiste «nell’irripetibilità, nell’unicità dell’anima di ogni singola vita». Insomma, anche nella casa 6/1, una casamatta al fronte di fuoco tra tedeschi e russi, il pugno di soldati sovietici che sopravvive da giorni con poche patate e bevendo l’acqua dei termosifoni, riscopre la radice della propria umanità. Lo dimostra il dialogo tra il comandante Grekov e il mitragliere Saposnikov apre la mostra di Torino: la casa 6/1 è difficilmente raggiungibile dagli ordini del comando perché si trova proprio sulla linea d’attacco tedesca. Così viene inviata tra loro Katja, una giovane radiotelegrafista. Si sa com’è la guerra, e si sa anche come sono i soldati. Ma il comandante Grekov si convince che per il suo coraggio e la sua anzianità spetta a lui avvicinare per primo la ragazza. Ma una notte trova il mitragliere Saposnikov e Katja addormentati in un abbraccio. La mattina dopo li convoca entrambi: «Saposnikov, tu ora raggiungerai lo stato maggiore del reggimento, io ti trasferisco ». Il mitragliere pensa: «la cacciata dal paradiso, ci separa come schiavi». Poi Grekov lancia un’occhiata a Katja. «Beh, è tutto» conclude il comandante aggiungendo: «Con te verrà la telegrafista. Cos’ha da fare qui senza la ricetrasmittente? L’accompagnerai fino allo stato maggiore: Là troverete da soli la vostra strada».
Totalitarismi allo specchio
Il fronte di Stalingrado, rappresentando per Grossman anche il luogo dell’incontro tra due totalitarismi uguali e contrari, getta luce, con anni di anticipo, sulla storiografia occidentale, su uno dei lati più tragici del XX secolo. «Al socialismo – dice in un drammatico dialogo un ufficiale tedesco a un comandante bolscevico – è necessario privare i contadini del diritto di seminare e di vendere liberamente, e Stalin senza tremare ne ha liquidati milioni. Il nostro Hitler si è reso conto che al nazionalsocialismo tedesco nuoce un nemico: il giudaismo. E anche lui ha deciso di liquidare milioni di ebrei… deve credermi. Io ho parlato e lei ha taciuto, ma io so di essere per lei uno specchio». Eppudettagliare, nonostante la furia della violenza, anche nell’inferno di Treblinka o della Siberia l’uomo rimane libero, cioè capace di gesti assolutamente gratuiti. È il caso di Sofja che sul vagone che la porta nel campo di concentramento incontra un bambino, David. Lui si affeziona a lei. Lei si accorge che il bambino si tranquillizza quando le è accanto. «Quando arrivò il loro turno nella camera a gas – racconta Grossman – i contorcimenti del bambino la riempivano di compassione. L’avevano ucciso, aveva cessato di esistere. Sofja sentì il corpo del bambino afflosciarsi tra le sue braccia: David se n’era andato prima di lei. «Sono madre », pensò. Questo fu il suo ultimo pensiero». Ma se per Grossman il «destino» sembra coincidere con il tragico «fato» della cultura statalista che fa di tutto per soffocare le domande del cuore dell’uomo, proprio dal suo romanzo – e in questo senso si può dire che egli su questo punto supera se stesso – emerge come dalla vita si sprigioni l’aspirazione ad un orizzonte buono al quale le persone tendono in qualsiasi circostanza.
Dalla vita al destino
In “Vita e destino” il segno di questa infinita bontà sembra essere il rapporto tra le domande dell’uomo e la natura e in particolare con la steppa calmucca: «In questa steppa la terra e il cielo si sono guardati così a lungo reciprocamente, fino a rassomigliarsi come si somigliano marito e moglie che abbiano vissuto insieme una vita. (…) A cosa pensava correndo per la steppa il cavaliere: ai figli, al fatto che al colonnello russo rimasto a fianco della sua auto sporca era morto il padre? Darenskij seguiva l’impetuoso galoppo del vecchio cavallo e nelle tempie non era il sangue a pulsargli ma un’unica parola: libertà, libertà, libertà…». Aveva ragione il Kgb a temere questo libro ma, grazie a Dio, non controllò tutte le scatole non più grandi di un pacchetto di sigarette che c’erano da controllare.

vedi anche: Centro Studi Vita e Destino

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