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SVIZZERA: BREVE STORIA DELLE “UNIONI DOMESTICHE REGISTRATE”

Da Avvenire, 26 gennaio 2007

Lugano. “Innanzi tutto complimenti e tanti auguri” dice compiacente la giornalista della Radio svizzera. “Tante grazie – risponde lui raggiante – noi non vogliamo pubblicità, ma consideriamo questo giorno come il corollario di 31 anni di vita in comune. Per questa ragione anche le vere, che abbiamo fatto fare il 4 novembre 1975, non le abbiamo mai usate e le abbiamo messe solo oggi per la prima volta”. Questo l’incipit della cronaca, trionfalistica e priva del proverbiale distacco elvetico, offerta dal servizio pubblico svizzero di quanto accaduto la mattina dello scorso 2 gennaio all’Ufficio di Stato civile del Comune di Locarno, dove la prima coppia omosessuale del Paese – due uomini ormai in là con gli anni – ha potuto registrare la propria “unione domestica”. Dall’inizio dell’anno, infatti, è entrata in vigore la legge sulle unioni domestiche registrate che gli svizzeri hanno approvato in votazione popolare nel giugno del 2005. Dietro il nome burocratico e asettico, che potrebbe ricordare i PACS francesi, si nasconde nella sostanza un istituto praticamente analogo al matrimonio omosessuale “alla spagnola”. L’unione registrata delle coppie omossessuali, infatti, è un contratto di diritto pubblico come il matrimonio, firmato all’ufficio di stato civile come il matrimonio, con lo stato civile che cambia come con il matrimonio. Da celibi o nubili i contraenti diventano sulla carta d’identità“unione domestica registrata”. Ma non solo. Per adattare il diritto svizzero alla nuova legge, il parlamento di Berna ha dovuto modificare ben 31 leggi cadendo spesso nel ridicolo. Contraendo l’unione domestica, ad esempio, si vengono a creare i rapporti stabiliti dall’albero genealogico e i contraenti di queste nuove unioni diventano a seconda del caso: generi, nuore, zii, cugini cognati ecc. Ma c’è dell’altro. Secondo la legge il superstite di unione domestica registrata diventa, in barba a qualsiasi dizionario, “vedovo/a” acquisendo il diritto alla vedovanza. Successioni, assicurazioni sociali, previdenza professionale: dal punto di vista giuridico le nuove unioni hanno gli stessi diritti e doveri riconosciuti e tutelati per l’istituto matrimoniale. Stesse norme anche per il divorzio che può avvenire di comune accordo o su richiesta del singolo se la convivenza è terminata da almeno un anno. Nel caso di bisogno, ci mancherebbe, il giudice può decidere se fissare i contributi di mantenimento. Come per qualsiasi coppia divorziata che si rispetti.
La foglia di fico dietro alla quale ci si è voluti nascondere per segnare la differenza tra queste unioni e il matrimonio tradizionale (a parte il gelido nome burocratico) è l’impossibilità delle prime di adottare bambini e di accedere alla riproduzione medicalmente assistita. Ma la scelta di un nome così neutro è motivata anche dalla volontà dei promotori della nuova legge di far digerire più facilmente all’opinione pubblica svizzera la sostanziale equiparazione. La lobby omosessuale al Parlamento di Berna, determinata e ben organizzata, si è mossa in maniera astuta mettendo l’opinione pubblica di fronte a un fatto compiuto. All’inizio dell’iter legislativo, infatti, la commissione parlamentare incaricata di studiare il problema si era orientata verso il modello dei PACS francesi: di diritto privato, stipulabili in polizia o in tribunale, senza conseguenze sullo stato civile e non riservati soltanto alle coppie omossessuali. Discutibili certo, ma col vantaggio di preservare la differenza giuridica del matrimonio. La soluzione, evidentemente, non sembrava bastare a chi, come il parlamentare zurighese Felix Gutzwiller (già campione della battaglia per l’introduzione dell’aborto), voleva puntare dritto all’obiettivo dei matrimoni gay tout-court. Così, grazie a un sapiente lavoro parlamentare, Gutzwiller è riuscito a imporre una soluzione che scientemente utilizzava il diritto matrimoniale come struttura giuridica per le nuove unioni che, a questo punto, avrebbero interessato solo gli omosessuali. Il risultato è una legge di compromesso, ma che non impedisce di eliminare in futuro le ultime differenze con il matrimonio tradizionale. L’ultima chance che rimaneva per fermare il progetto era quella del referendum popolare promosso da un pugno di piccoli partiti minori. A favore della legge si schiera, ad eccezione delle sezioni di Ticino, Vallese e Friburgo, anche il Partito Popolare Democratico che storicamente rappresenta i cristiani svizzeri in politica. La Conferenza Episcopale Svizzera si pone nettamente contro «una falsa soluzione ad un problema reale» e accusa la legge di privilegiare «senza motivo apparente un gruppo di persone rispetto ad altri». Il fronte referendario viene battuto e 5 giugno 2005 il 58 per cento degli svizzeri approva le nuove unioni. Dal primo gennaio, dunque, lo Stato svizzero riconosce le unioni omosessuali. Il prossimo obiettivo di Gutzwiller e compagnia, non c’è da dubitarne, è l’adozione e l’accesso alla provetta. Tanto ormai la porta è aperta.

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