CATTELAN E IL PASTICCIACCIO BRUTTO AL GUGGENHEIMCATTELAN AND THE GUGGENHEIM MESS

Artribune ha pubblicato un po’ di foto della mostra di Cattelan al Guggenheim. Ad uscirne bene è Cattelan stesso più che le sue opere, a conferma del fatto che i pezzi dell’artista padovano traggono gran parte della loro forza dalla loro collocazione. Decontestualizzare opere come la Nona Ora, Him, o All significa sottrargli l’80% del loro fascino. Al Guggenheim Cattelan tenta di far saltare il banco facendo diventare un’opera sola l’insieme delle opere eseguite dagli inizi della sua carriera. La mostra andrebbe vista dal vivo, ma dalle immagini che arrivano da New York non so se la scommessa sia stata vinta. Anzi. Io purtroppo non potrò andare al Guggenheim e resterò tutta la vita con il dubbio (a meno che uno dei miei quattro lettori non mi offra un biglietto andata e ritorno per la Grande Mela).

Detto questo vi propongo un brano tratto dal recente libro-intervista di Cattelan scritto con Catherine Grenier nel quale si racconta della genesi della sua opera che preferisco.

Perché la perdita è legata all’idea della morte. È il venir meno dell’affetto, della persona a cui vuoi bene, di una persona che a volte desideri disperatamente. L’idea della perdita è legata a quella dell’amore. Forse la maggior parte delle mie opere parlano d’amore. Comunque, ricordo che volevo fare a tutti i costi un’opera sulla perdita. Qualcunque cosa facessi, l’idea della perdita era come un’ossessione: quando leggevo, quando andavo al cinema, persino quando mi trovavo con gli amici. Un giorno ho visto una serie di fotografie, probabilmente dello tsunami del 2004 nell’Oceano Indiano, e quelle immagini assomigliavano a mille altre immagini di morte, immagini di morti senza nome, erano la morte. Avrebbe potuto essere la Seconda guerra mondiale, una guerra civile, una guerra dei tempi dell’antica Roma, una catastrofe qualsiasi, e dal momento che non era particolarmente vincolata a un contesto specifico, ho deciso di usarla come spunto. Successivamente ho pensato che quel tipo di rappresentazione richiedeva un materiale solido e senza tempo come il marmo e così è nato l’elemento centrale della mostra (All, 2008). Quando si tratta di tradurre un’immagine bidimensionale devi tenere in considerazione diversi aspetti: le dimensioni, il materiale, quanti elementi ci vogliono, come realizzarla… Poi pensi  a quello che altri artisti hanno fatto prima di te e a come l’hanno fatto. Per raffigurazioni di questo genere il riferimento al barocco era inevitabile, è impossibile non pensare subuto al Cristo velato di Napoli. Sono quindi andato sul posto per osservarlo da vicino, ma una volta arrivato mi sono reso conto del fatto che il discorso era molto diverso. Quella era soprattutto una prodezza artistica, uno sfoggio di bravura per rappresentare quello che c’è sotto il velo, un modo diverso dal solito di raffigurare la figura di Cristo. La cosa che volevo fare io era invece dell’ordine del “vedere non vedere”.
Se ci pensi in All non si vedono i cadaveri, si ha la sensazione che siano cadaveri, ma sotto il velo potrebbe esserci un’altra cosa. Evocare l’idea della morte è più interessante che mostrarla.

(Un salto nel vuoto – La mia vita fuori dalle cornici, Rizzoli, 2011, pagg 101-102)

Artribune has published some photos of the exhibition at the Guggenheim by Cattelan. I have the impression that this exhibition enhances the image of Cattelan more than his works, confirming the fact that the Paduan artist’spieces draw much of their strength from their location. De-contextualize works such as the Ninth Hour, Him, or All means subtract 80% of their charm.Cattelan Guggenheim tries to impress everyone by becoming a single work all the works carried out since the beginning of his career. The exhibition should be seen live, but from the images that come from New York I do not know if the bet was won. On the contrary. I unfortunately I can not go to the Guggenheimand will remain throughout life with doubt (unless one of my four readers did not offer me a return ticket to the Big Apple).

4 pensieri riguardo “CATTELAN E IL PASTICCIACCIO BRUTTO AL GUGGENHEIMCATTELAN AND THE GUGGENHEIM MESS

  1. Un pasticciaccio? Avendo visto le foto sul NYT mi son sentito pervadere dallo stesso stupore di un Tin Tin d’annata quando scopriva un tesoro accatastato in una stiva di un mercantile portoghese in viaggio verso non so dove… Quando salpiamo per il Nuovo Mondo (1071 Fifth Avenue)?

  2. @Max Io per il Nuovo Mondo ci partirei anche subito. Però, anche vedendo le belle foto del Nyt, continuo a non essere convinto. L’allestimento è perfetto, in puro stile Cattelan, l’idea delle opere sospese nel vuoto è affascinante. Ma a me pare una meta-mostra, una meta-opera. Uno dovrebbe conoscere alla perfezione tutte le sue opere, aver subito il colpo di ciascuna. Allora sì, forse, il risultato sarebbe da tramortire. Ad esempio: la conoscevi la lapide, realizzata per una mostra inglese, con l’elenco delle sconfitte della nazionale di calcio britannica in puro stile “omaggio ai caduti”? Immaginala su un muro di Londra e non appesa come un salame…

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