TURNER PRIZE 2010 ? QUI SI TIFA PER SUSAN PHILIPSZ

Susan Philipsz on Turner prize 2010-Clyde-Walkway-Glasgow-©-The-artist-courtesy-Glasgow-International-Festival-of-Visual-ArtHo visto l’esposizione alla Tate Britain per il Turner Prize 2010. L’artista più genuina e meno cervellotica mi è sembrata la scozzese Susan Philipsz. Ho trovato la sua istallazione sonora “Lowlands”, semplice ma commovente. Quello qui sotto è il testo del lamento scozzese del XVI secolo cantato dall’artista. È il canto del fantasma di un uomo morto affogato, che torna a trovare la sua amata. La storia di un amore spezzato, di una bellezza perduta. Di una malinconia tipicamente scozzese, ma anche tipicamente umana.

All green and wet with weeds so cold,
Lowlands, lowlands, away my John,
Around his form green weeds had hold,
My lowlands away

«I’m drowned in the lowland seas,» he said,
Lowlands, lowlands, away my John,
«Oh, you an’ I will ne’er be wed,»
My lowlands away

«I shall never kiss you more,» he said,
Lowlands, lowlands, away my John,
«Never kiss you more – for I am dead,»
My lowlands away

«I will cut my breast until the bleed,»
Lowlands, lowlands, away my John,
His form had gone – in the green weed,
My lowlands away

Qui per saperne di più e per sentire per intero il sonoro dell’installazione

MARINO MARINI INCONTRA DAMIEN HIRST DA CHRISTIE’S

Marino Marini - Damien Hirst - Christie's October 2010Conoscevo un po’ come lavorano quelli di Christie’s da quanto scritto da Sarah Thornton. Ma questa mattina, nella loro sede di Londra, ho capito davvero che questi hanno davvero delle idee. Venerdì prossimo (15 ottobre 2010) ci sarà l’asta d’arte contemporanea e quella d’arte italiana. Bene, qui sopra vedete come era allestita la sala principale dell’esposizione dei lotti. In primo piano un “Cavaliere” di Marino Marini (1955), alle sue spalle “I am become death, shattered of worlds” di Damien Hirst (2006). A parte il fatto che non avevo mai visto nulla di più bello fatto da Hirst, trovo che il cortocircuito con Marini funzioni benissimo. In realtà funziona proprio perché non si tratta affatto di cortocircuito, ma di un sapiente contrappunto tra due linee di canto commensurabili. Il dialogo tra le due opere è al contempo scenografico, poetico e sconvolgente. Al di là del prezzo a cui verranno battute (scrivono che Hirst sia in caduta libera, vedremo come andrà), la scelta dei curatori di Christie’s ci lascia comunque un’ipotesi critica sui cui chi ne sa potrà lavorarci.
Detto questo se venerdì qualcuno mi dotasse di qualche milione di sterline mi presenterei alla casa d’aste con un altro obiettivo: “Zwei Bäume” di Gerhard Richter (1987) che vince il premio “No Name 2010” per il miglior pezzo messo all’asta nell’anno in corso. Ci sarebbe anche un altro colpo fenomenale fa fare, però questa volta alla prossima asta di New York, i cui quadri sono esposti in questi giorni a Londra. Si tratta di “Zwei Kerzen” sempre di Richter (1982). Altra cosa sull’asta di New York: se volete aggiudicarvi “No.18 (Brown and Black on Plum)” di Mark Rothko del 1958, andate a vederlo di persona, perché a me ha dato l’impressione di essere in uno stato di conservazione non esaltante.
Ultima curiosità: all’asta d’arte italiana c’è anche la divertente serie di Gabriele Basilico “Conctat” del 1978.

Marino Marini
Cavaliere
1951 (1955)
1’400’000-2’000’000 euri

Damien Hirst
I am become death, shattered of worlds
213,4×533,4cm
2006
2’900’000-3’900’000 euri

Gerhard Richter
Zewi Bäume
62×62 cm
1987
900’000-1’300’000 euri

Gabriele Basilico
Conctat
1978 (2006)
24 parti
34’000 – 45’000 euri

Gerhard Richter
Zwei Kerzen
150×100 cm
1982
12’000’000 – 16’000’000 dollars

Mark Rothko
No.18 (Brown and Black on Plum)
203×208 cm
1958
9’000’000 – 11’000’000 dollars

PADIGLIONE VATICANO ALLA BIENNALE? TUTTO RIMANDATO AL 2013

Riceviamo e pubblichiamo:

Pontificium Consilium De Cultura–Presidente <xxxxxxx@xxxxxxxxx.va>
a          Luca Fiore <lucafiore78@xxxxxxxx.xxx>
data     28 settembre 2010 15:23
oggetto Re: Biennale di Venezia? Tutto rimandato?

Gentile Luca Fiore,
il progetto è, in verità, in elaborazione e, come spesso accade, esige più tempo di quanto si fosse inizialmente immaginato, anche perché la S. Sede non ha un suo parterre di artisti nazionali, ma deve e vuole ricorrere a grandi artisti dei vari continenti ove la Chiesa è presente. E’, perciò, molto probabile che non si riesca ad essere pronti per il 2011, ma forse per il 2013.

Con viva cordialità
+ Gianfranco Ravasi arciv.

DAMIEN HIRST: “RELIGION IS A SERIUOS SHIT, ISN’T IT?”

damien hirst the soulsIl Guardian intervista Damien Hirst in occasione di “The Souls”, la sua nuova mostra londinese.
Qui qualche estratto.

Elizabeth Day: The writer Michael Bracewell has said that you are “primarily a great religious artist”. Do you agree?

Damien Hirst: Did he say that? Erm, I wouldn’t say that, no. I think I like big issues, but I don’t believe in God or religion. Having said that, I was brought up Catholic till I was 12 – basically indoctrinated – so there are lots of things in there that can’t come out. My dad wasn’t religious but mum was. Dad wouldn’t go to church. They divorced when I was 12 and you can’t carry on being Catholic if you’re divorced so that’s when I began thinking, “That’s a pile of crap.”
I mean, religion is serious shit, isn’t it? We’re all trying to find our way through the darkness in our lives. Religion can be one part of that. For me, I like a bit of everything: a bit of art, science and religion.

ED: As an adolescent, you were arrested for shoplifting and went through a rebellious phase. Was that related to abandoning Catholicism?

DH: No. Crime is creative. Or it can be.

ED: A lot of your work features images of death. Are you morbid?

DH: I don’t think so. I was taught to confront things you can’t avoid. Death is one of those things. To live in a society where you’re trying not to look at it is stupid because looking at death throws us back into life with more vigour and energy. The fact that flowers don’t last for ever makes them beautiful.

NO NAME DÀ I NUMERI (2009-2010)

Ecco a voi il pagellone di un anno molto intenso.

anish kapoor shooting the cornerAnish Kapoor, Londra
10
mozzafiato

Damien Hirst - Blue Paintings - Wallace Collection

Damien Hirst, No Love Lost, Blue Paintings, Londra
Senza voto
troppo presto per dire

Maurizio Cattelan INRI

Pop Life – Art in a material world, Londra
6,5
giocosa, a tratti tragica

John Baldessari - Pure Beuty

John Baldessari, Pure Beauty, Londra
7
intellettuale

Robert Mapplethorpe

Robert Mapplethorpe, La perfezione nella forma Lugano
6+
elegante

Gabriele Basilico - Mosca Vertical

Gabriele Basilico, Milano ritratti di fabbriche & Mosca verticale, Milano
9
magistrale

yayoi kusama

Yayoi Kusama, I wanti to live forever, Milano
7-
caleidoscopica
(ma “Aftermath of Obliteration of Eternit” vale 9+)

edward hopper

Edward Hopper, Milano
5,5
al ribasso

Roy Lichetenstein the girl with tear 1977

Roy Lichtenstein, Meditation on art,  Milano
7-
intelligente

Immerdorf Late Paintings
Jörg Immendorf, Late Paintings, Milano,
7
potente

Damien Hirst - After The Flood
Damien Hirst, Cornucopia
, Montecarlo
8+
hirsteide

Christiane Löhr - Dividere il vuoto

Christiane Löhr, Dividere il vuoto,  Varese
7,5
leggerissima

Gabriele Basilico - Istanbul

Gabriele Basilico, Istanbul 05.010, Milano
8,5
rigorosa

PS: come al solito voti molto alti. Un po’ perché sono generoso, un po’ perché scelgo bene. Forse uno dei prossimi post lo faccio sulle mostre che avrei voluto vedere e che non sono riuscito a vedere e un altro su quelle che non ho visto perché non le ho volute vedere.

PS2: E Cattelan a Palazzo Reale?  Boh, quella inaugura venerdì, magari la aggiungo.

NB: la stagione la faccio iniziare con il Frieze di Londra.

CHARLES RAY, IL RAGAZZO, LA RANA E MARK TWAIN

Boy with frog, Charles Ray
Charles Ray, Boy With Frog, Venezia

«Quando François Pinault mi chiese di pensare a un’opera per la Punta stavo per avere un’operazione al cuore abbastanza complicata. La rana era il mio cuore che osservavo con meraviglia, un po’ di spavento e un po’ di schifo. Ma questa fu soltanto la prima intuizione. La vera idea mi venne leggendo il capitolo 19 di “Le avventure di Huckleberry Finn” di Mark Twain. In quel passaggio del romanzo i due ragazzi guardano il cielo stellato e discutono se le stelle sono sempre state lì o  se qualcuno le ha create, mentre intorno si sente il rumore del fiume e delle rane. Allora ho immaginato questo ragazzo in un punto così magico che contempla la rana mentre noi contempliamo lui e tutto quello che gli sta attorno».

Charles Ray intervistato da Francesco Bonami su La Stampa del 15 agosto 2010

E’ splendido vivere su una zattera. Lassù in alto, sopra di noi, avevamo il cielo, tempestato di stelle, e avevamo l’abitudine di sdraiarci sulla schiena a guardarle e parlavamo di com’erano fatte, se erano state create oppure erano spuntate così, semplicemente… Jim era convinto che erano state fatte e io invece pensavo che fossero spuntate per caso; calcolavo che ci sarebbe voluto troppo tempo per “farne” tante ma Jim diceva che magari le aveva “deposte” la luna; be’, questo mi pareva abbastanza ragionevole e così non criticavo la sua opinione perché anch’io avevo visto una rana deporre una tale quantità di uova che capivo che naturalmente era possibile. Guardavamo anche le stelle cadenti e le vedevamo scivolare giù per il cielo. Secondo Jim quelle erano stelle guaste che venivano buttate fuori dal nido.
Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn, capitolo 19

DAMIEN HIRST: AFTER THE FLOOD

Damien Hirst After The Flood
Damien Hirst, After The Flood, 2008

Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra.
(Genesi 8, 10-11)

Damien Hirst After The Flood«La via della bellezza ci conduce, dunque, a cogliere il Tutto nel frammento, l’Infinito nel finito, Dio nella storia dell’umanità. Simone Weil scriveva a tal proposito: “In tutto quel che suscita in noi il sentimento puro ed autentico del bello, c’è realmente la presenza di Dio. C’è quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno. Il bello è la prova sperimentale che l’incarnazione è possibile. Per questo ogni arte di prim’ordine è, per sua essenza, religiosa”. Ancora più icastica l’affermazione di Hermann Hesse: “Arte significa: dentro a ogni cosa mostrare Dio”. Facendo eco alle parole del Papa Paolo VI, il Servo di Dio Giovanni Paolo II ha riaffermato il desiderio della Chiesa di rinnovare il dialogo e la collaborazione con gli artisti: “Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell’arte” (Lettera agli Artisti, n. 12); ma domandava subito dopo: “L’arte ha bisogno della Chiesa?”, sollecitando così gli artisti a ritrovare nella esperienza religiosa, nella rivelazione cristiana e nel “grande codice” che è la Bibbia una sorgente di rinnovata e motivata ispirazione».

(Benedetto XVI, Discorso agli artisti, 21 novembre 2009)

I PEZZI UNICI DI RICHARD LEAROYD

Richard Learoyd - Agnes in Striped Dress 2007
Agnes in Striped Dress, 2007, unique Ilfochrome print, 172.7 x 121.9 cm

Richiard Learoyd - Agnes Nude 2007
Agnes Nude, 2007, unique Ilfochrome print, 172.7 x 121.9 cm

Richiard Learoyd - Men's Back 2008
Men's Back, 2008, unique Ilfochrome print, 172.7 x 121.9 cm

Richard Learoyd - MAEKE 2007
MAEKE, 2007, unique Ilfochrome print, 172.7 x 121.9 cm

È stata una delle scoperte della puntata ad Art Basel. Sono le maestose immagini del fotografo inglese Richard Learoyd. Strabordano di delicata eleganza. Sono ritratti a grandezza naturale, ottenuti grazie a una tecnica d’altri tempi: un obiettivo dell’800 per ritratti, una stanza al posto del corpo della macchina fotografica, e fogli Ilfochrome invece della pellicola. Di fatto l’immagine viene impressa direttamente sui grandi fogli di carta sensibile che viene sviluppata senza il tramite di un negativo, il che rende la singola fotografia un pezzo unico, quasi fosse una polaroid gigante.
Al di là della perizia tecnica, il risultato è davvero straniante. L’occhio si perde nei dettagli ad alta definizione e nei profondi fuori fuoco ai bordi dell’immagine. Qui sopra ce n’è qualcuna come esempio, ma ora che vedo quanto poco rendono a video mi viene una gran malinconia di non potervele mostrare in tutta la loro bellezza.
Sul l’ultimo numero di Aperture c’è una bella intervista di Peggy Roalf a Learoyd nel quale il fotografo parlando delle sue immagini dice:

“I see my work more in the lineage of the French – referring to daguerreotypes: those nonreproducible photographic objects whose multiplaned surface and miraculous depth of field facinate me. With my work I am interested in the moment when the image becomes dye and color, when the illusion of it being a reflection or projection breaks down. I think you get that sense with the daguerreotype images: you see the object before the illusion. With my pictures, the illusion is very strong and breaks suddenly, and often momentarily, which is something i like”.