GLI ANGELI DI OBAMA


È una fotografa che da 14 mesi, quattordici, sta seguendo la campagna elettorale di Barack Obama. Si chiama Scout Tufankjian e vi consiglio di dare un’occhiata a qualche decina tra le centinaia di scatti che ci sono sul suo sito.
In particolare, però, vi segnalo la sezione dedicata agli uomini della sicurezza del candidato democratico. Sono quelli in completo scuro con l’auricolare all’orecchio, sempre presenti, ma spesso lasciati fuori – volutamente – dalle inquadrature ufficiali. La sezione si intitola “The Secret Service”.

COMUNICATO DEL COMITATO DI REDAZIONE (CdR) di “No name”:
Il CdR di “No Name” a gennaio scrisse che quasi certamente Obama non sarebbe riuscito a vincere le primarie. Lo scriveva sotto un post nel quale riportava le affermazioni di uno degli scrittori più trendy di New York (Franzen) che sostenevano l’impossibilità di McCain di battere Romney, ma questa non è una giustificazione per aver toppato la previsione. Ora il CdR di “No name” confessa ai propri lettori che ha fatto una scommessa con un collega del GdP nella quale ha puntato sulla vittoria finale del vecchio McCain. Così, tanto per cazzeggiare un po’.

C’È QUALCOSA CHE NON VA


Se per caso vi foste stupiti del fatto che tra The 100 Most Influential People del Time non è stato inserito Benedetto XVI, allora tenetevi forte. Un simile elenco è stato stilato dalla prestigiosa rivista Foreign Policy. Questa volta, però, abbiamo a che fare con The Top 100 Public Intellectuals. In questo elenco Benedetto XVI c’è e fin qui tutto normale. Ma, mi dico, vediamo se c’è qualche italiano nella lista. Scorro l’elenco ed ecco il primo: Umberto Eco. Vabbeh, cheppalle. Vediamo se c’è qualcun’altro. Ops. Leggo. Rileggo. Non ci posso credere. Il secondo e ultimo italiano è:

GIANNI RIOTTA.

Ammettete: c’è qualcosa che non va.

«FATE L’AMORE (E UNA LISTA), NON L’ABORTO»

Dal Giornale del Popolo del 13 febbraio 2008

«C’è chi parla delle licenze dei tassisti, chi della privatizzazione di Alitalia, chi delle tasse che vanno abbassate: l’aborto è almeno altrettanto importante ». È con queste parole che Giuliano Ferrara, il battagliero direttore de “Il Foglio” si lancia, anzi, si rilancia, nell’agone politico. Lo fa, come suggerisce non solo il suo soprannome, con l’irruenza di un elefante in una cristalleria. Mentre i politici italiani cercano, in fretta e furia, di reinventarsi il bipolarismo all’italiana in vista delle prossime elezioni, Ferrara annuncia la sua candidatura con una “lista di scopo” che vuole portare nel Parlamento italiano i temi che hanno dato vita alla sua campagna per una moratoria sull’aborto. Il titolo dato alla campagna è birichino: “fate l’amore, non l’aborto”, più serio il programma della lista. «Si può – scriveva Ferrara sul Foglio di domenica – portare nel Parlamento un manipolo di testimoni della ragione legati da uno scopo comune: impedire che faccia progressi, nella legislazione e nella cultura dominante, l’evidente tendenza a una svalutazione e disumanizzazione della vita umana». Insomma buttare al macero quel totem della cultura laica che è la legge 194? No, le cose sono un po’ più sottili. Per Ferrara, infatti, si possono promuovere politiche pubbliche per la vita «senza con questo abrogare quella possibilità legale di abortire in strutture pubbliche», anche se quel “diritto legale” si è trasformato in un “diritto legittimato” a regolare in modo moralmente indifferente le dinamiche della paternità e della maternità. La lista si propone di impedire la generalizzazione della pratica dell’aborto selettivo in vitro, di evitare «con umanità e discrezione per i casi estremi » che la cura diventi selezione genetica e di battagliare alle Nazioni Unite perché dopo la moratoria per la pena di morte si ribadisca in modo chiaro la sacralità della vita introducendo nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo che il diritto alla vita vale «dal concepimento alla morte naturale ». Se fino a settimana scorsa l’ipotesi di presentarsi davvero alle elezioni del 13-14 aprile appariva come una classica boutade in puro stile ferrariano, negli ultimi giorni l’elefantino ha addirittura mandato avanti i sondaggisti per misurare la fattibilità dell’impresa. I dati dicono che, se Berlusconi accettasse un apparentamento con la nuova lista, Ferrara otterrebbe tra il 4 e il 6%. Per ora il leader del Popolo della Libertà snobba l’amico e consigliere e Ferrara si dice disposto a correre anche in solitaria, magari presentandosi solo al Senato. A chi gli chiede se non ha paura di rubare voti gli amici del centrodestra, il direttore del Foglio dice che secondo i sondaggisti i suoi potenziali elettori sarebbero soprattutto dagli scontenti del centrosinistra. L’accelerazione che ha portato l’elefantino dalle barricate della battaglia culturale al campo aperto dello scontro elettorale ha spiazzato soprattutto chi fino a ieri si era riconosciuto nelle posizioni del direttore del “Foglio”. I cattolici in politica, che finora avevano appoggiato la campagna per la moratoria, ora ribadiscono il sostegno di fondo ma esprimono perplessità sull’opportunità della discesa in campo. I vescovi italiani non si esprimono. Ma lui non se la prende e del non appoggio dei vescovi ne fa una medaglia: «La chiesa non è un soggetto politico. Siamo laici devoti, amici e indipendenti, e non ci verrebbe mai nemmeno in mente di chiedere il suo appoggio. Il suo consiglio, sì. La sua attenzione nello spazio pubblico, sì. Non abbiamo complessi».

FOTOGRAFI ALLE PRIMARIE

Avvertenza: questo post è dedicato ai fissati della fotografia
© Doug Mills, New York Times

Segnalo questo interessantissimo post di Michael David Murphy che descrive gli errori della maggior parte dei fotografi d’agenzia che seguono le primarie americane e che fanno sì che su siti e giornali sia raro vedere delle fotografie interessanti che descrivano in profondità il fenomeno.

Dopo un elenco di errori ricorrenti, Micheael segnala – per fortuna – anche una serie di lavori che a lui sono piaciuti che riporto qui per la gioia dei fissati della fotografia come me.
Jim Wilson/The New York Times
Damon Winter/The New York Times
Callie Shell/Time
Bruce Gilden/ The New York Time Magazine
Doug Mills/The New York Times

PS: le foto sono al 98,3% di candidati democratici. Non inferite nulla. Prendete e portate a casa. Andrò a caccia di begli scatti dei vari McCain e Romney per conto mio. Così, lo dico per cerchiobottismo. Non si sa mai…

C’E’ GROSSA CRISI


dal Giornale del Popolo del 25 gennaio 2008

Venti mesi fa il Governo italiano guidato da Romano Prodi nasceva con la speranza di vita di un malato terminale. Il cancro di cui era affetto si annidava, già dal primo giorno, tra le pieghe di una maggioranza disomogenea e litigiosa, divisa e irrequieta. Ad aggravare la diagnosi, poi, ha contribuito un risultato elettorale di sostanziale pareggio che, a causa di una legge elettorale mal concepita, ha generato equilibri parlamentari a dir poco precari.
Eppure, viste le premesse, questo esecutivo è sopravvissuto molto più tempo di quanto ci si sarebbe potuti aspettare e ha superato quasi indenne molti momenti politicamente difficili. Fino a qualche settimana fa l’abilità di gestione del potere di Romano Prodi era riuscita a medicare, non sempre sanando, le ferite che si aprivano sul corpo della maggioranza di governo. E va dato atto a Prodi di aver utilizzato tutta la sua propensione al compromesso e allo scambio politico, doti di cui non manca.
Tuttavia il quadro clinico del suo esecutivo è precipitato non a causa di un dibattito interno su uno dei classici temi scottanti (la finanziaria, la riforma delle pensioni, le imposte), ma a causa di un dossier da cui dipendeva la sopravvivenza di molte piccole formazioni politiche decisive per il Governo: la legge elettorale. Le dimissioni di Mastella, infatti, sono state sì provocate dalle inchieste su di lui e sul suo partito, ma hanno anche coinciso con l’accettazione da parte della Corte Costituzionale dei referendum abrogativi della legge elettorale che chiedevano la sostanziale scomparsa dal Parlamento dei piccoli partiti. Nel frattempo proprio sullo stesso argomento, Prodi era stato di fatto bypassato dalla convergenza tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi che si dicevano pronti a un accordo per una riscrittura positiva delle regole elettorali. Prodi, dunque, era rimasto solo: abbandonato dai piccoli e snobbato dai grandi.
Ora il centrodestra (tranne Casini) chiede il voto anticipato, lo chiedono anche i leader dei partitini che approfitterebbero della vecchia legge elettorale. Veltroni si appella alla responsabilità politica e par di capire sia più propenso a un governo istituzionale per scrivere regole nuove per il voto. L’ultima parola l’avrà il presidente della Repubblica Napolitano che ha già fatto intendere di non gradire l’idea delle elezioni anticipate. Per un governo di transizione si dovrà far cambiare idea soprattutto a Berlusconi. E visti i sondaggi che, ad oggi, lo danno super vincitore alle ipotetiche elezioni, non sarà affatto facile.